31.08.2516
C’è qualcuno che bussa alla porta.
Grace si stiracchia sul letto sfatto, le lenzuola e i vestiti che fanno un’orgia sul pavimento. Una mano sale pigramente a sfiorare i capelli di Gray assopito vicino a lei. Si alza ed infila velocemente una vestaglia rosa di cotone che sigilla grazie alla cinta di stoffa in vita, per nascondere la propria nudità.
Apre e fa capolino. Mary ha avuto il buon cuore di salvare qualcosa per loro due dalla voracità dei rancheri del Black Oak Ranch.
Grace si stiracchia sul letto sfatto, le lenzuola e i vestiti che fanno un’orgia sul pavimento. Una mano sale pigramente a sfiorare i capelli di Gray assopito vicino a lei. Si alza ed infila velocemente una vestaglia rosa di cotone che sigilla grazie alla cinta di stoffa in vita, per nascondere la propria nudità.
Apre e fa capolino. Mary ha avuto il buon cuore di salvare qualcosa per loro due dalla voracità dei rancheri del Black Oak Ranch.
“Sei troppo buona Mary. Grazie”
Schiocca un bacio sulla guancia della donna dai capelli
rossi che le sorride e mezza arrossisce prima di tornare in cucina.
Guarda il vassoio: due piatti di verdure e carne stufata, due fette di torta alla frutta. Lo poggia sul comodino e nonostante le brontoli lo stomaco lo lascia lì.
Guarda il vassoio: due piatti di verdure e carne stufata, due fette di torta alla frutta. Lo poggia sul comodino e nonostante le brontoli lo stomaco lo lascia lì.
Cammina in punta di piedi, per non far rumore e va all’angolo
della toletta che non è molto in realtà: un piccolo tavolino con tanti cassettini,
uno specchio attaccato alla parete, un mezzo sgabello basso davanti.
Credi che io sia
incinta?
La domanda che ha fatto a Coco nel pomeriggio le fa eco nella testa e nel petto. Una smorfia dispiaciuta al pensiero di quante la donna se n’è dette per averlo ipotizzato.
Si guarda la pancia prima di mettersi seduta. E’ un ventre piatto, che non nasconde il segreto di un piccolo nuovo cuore che batte, che non cela nessuna novità, nessuna vita.
Le dita sottili scivolano sulle maniglie sferiche dei cassetti, fino ad arrivare a quello al centro che apre, svelando il suo tesoro di carta.
Grace è convinta che ci siano delle poesie, delle parole, da tenere nel cassetto o in tasca. A portata di mano e da tirare fuori quando servono, quando la vita ti impone emozioni che non sai dire.
Cerca fra i foglietti scritti a mano, alcuni più ordinati, altri con una grafia svelta e confusa ed è uno di questo che stringe piano nel palmo prima di aprire il quadratino.
Sono i versi di una vecchia poesia accompagnata con una chitarra, sentita per caso in una delle cittadine vicino ad Oak Town durante una piccola trasferta per lavoro insieme a suo padre molti anni prima.
Alcune parti mancano perché lì, in piedi, fuori dalla veranda polverosa di un Saloon non è riuscita a trascrivere tutti i versi.
Bambino che non ho, figlio mai nato,
cercherò di spiegarti tutto ciò che ti ho evitato.
Il parto, innanzi tutto, e il dolore
di saperti espulso dall’amore. La paura
di venire abbandonato, quei vagiti lunghi
come i fischi dei treni notturni nelle stazioni secondarie,
e il suono, il suono delle parole indecifrabili
che t’impongono la loro dizione. E i birignao intollerabili
con cui ti si rivolgono le persone.
La prima volta che tua mamma uscirà la sera.
Il terrore che non tornerà più.
Ti ho evitato il freddo quando piove
la paura dei tuoni dei fantasmi e delle streghe
e poi le prime beghe.
Io ti ho evitato, piccolo, l’angoscia di un cognome
e delle ombre che comporta e poi,
diciottenne al primo amore,
la sconfitta di attendere ore dietro una porta
lei che non ti vuole.
i soprusi di chi ti comanda e l’arroganza dei potenti.
Io ti ho evitato tutte le litigate, le sgridate,
il dolore di quando moriranno tuo padre e tua madre,
la solitudine del deserto, quella provocata dall’invidia,
dal tradimento, quella solitudine
che ti farà percorrere tutte le periferie dell’anima.
E poi, da vecchio, lo sgomento
per aver tanto vissuto e tanto sofferto e gridato e amato,
inutilmente, in cambio di niente, inascoltato.
L’elenco potrebbe continuare, ma è un’impresa inutile,
come catalogare le gocce del mare. Inutile,
perché il dolore più grande, non te l’ho evitato.
Il dolore di non essere mai nato. (*)
La domanda che ha fatto a Coco nel pomeriggio le fa eco nella testa e nel petto. Una smorfia dispiaciuta al pensiero di quante la donna se n’è dette per averlo ipotizzato.
Si guarda la pancia prima di mettersi seduta. E’ un ventre piatto, che non nasconde il segreto di un piccolo nuovo cuore che batte, che non cela nessuna novità, nessuna vita.
Le dita sottili scivolano sulle maniglie sferiche dei cassetti, fino ad arrivare a quello al centro che apre, svelando il suo tesoro di carta.
Grace è convinta che ci siano delle poesie, delle parole, da tenere nel cassetto o in tasca. A portata di mano e da tirare fuori quando servono, quando la vita ti impone emozioni che non sai dire.
Cerca fra i foglietti scritti a mano, alcuni più ordinati, altri con una grafia svelta e confusa ed è uno di questo che stringe piano nel palmo prima di aprire il quadratino.
Sono i versi di una vecchia poesia accompagnata con una chitarra, sentita per caso in una delle cittadine vicino ad Oak Town durante una piccola trasferta per lavoro insieme a suo padre molti anni prima.
Alcune parti mancano perché lì, in piedi, fuori dalla veranda polverosa di un Saloon non è riuscita a trascrivere tutti i versi.
Bambino che non ho, figlio mai nato,
cercherò di spiegarti tutto ciò che ti ho evitato.
Il parto, innanzi tutto, e il dolore
di saperti espulso dall’amore. La paura
di venire abbandonato, quei vagiti lunghi
come i fischi dei treni notturni nelle stazioni secondarie,
e il suono, il suono delle parole indecifrabili
che t’impongono la loro dizione. E i birignao intollerabili
con cui ti si rivolgono le persone.
La prima volta che tua mamma uscirà la sera.
Il terrore che non tornerà più.
Ti ho evitato il freddo quando piove
la paura dei tuoni dei fantasmi e delle streghe
e poi le prime beghe.
Io ti ho evitato, piccolo, l’angoscia di un cognome
e delle ombre che comporta e poi,
diciottenne al primo amore,
la sconfitta di attendere ore dietro una porta
lei che non ti vuole.
i soprusi di chi ti comanda e l’arroganza dei potenti.
Io ti ho evitato tutte le litigate, le sgridate,
il dolore di quando moriranno tuo padre e tua madre,
la solitudine del deserto, quella provocata dall’invidia,
dal tradimento, quella solitudine
che ti farà percorrere tutte le periferie dell’anima.
E poi, da vecchio, lo sgomento
per aver tanto vissuto e tanto sofferto e gridato e amato,
inutilmente, in cambio di niente, inascoltato.
L’elenco potrebbe continuare, ma è un’impresa inutile,
come catalogare le gocce del mare. Inutile,
perché il dolore più grande, non te l’ho evitato.
Il dolore di non essere mai nato. (*)
Si stringe il cartoncino al petto. Il cuore che la bette all’impazzata,
quel cuore mezzo maledetto che una gravidanza forse neanche la potrebbe
sopportare. Si volta verso Sebastian come per assicurarsi che sia ancora
addormentato prima di lasciare andare una lacrima dagli occhi resi più grandi
da quel luccichio di tristezza. Ripone il foglietto come primo nella pila del
cassetto prima di richiuderlo con attenzione.
Si alza, lo sgabello che emette un gemito fastidioso
strisciando sul pavimento di legno tanto da farle alzare le spalle, percorsa da
un brivido. Torna a stendersi sul materasso e quasi si raggomitola al fianco di Sebastian. Lo guarda a lungo, seguendo la punta delle sue ciglia chiare, passando poi alla linea del naso spigoloso e della mascella, la curva delle spalle ampie e dei muscoli del petto e tutte le forme del suo essere uomo. L’impressione di essere a casa l’avvolge, facendole chiudere gli occhi.
Il posto dove sono destinata ad essere. La persona con cui sono destinata ad essere.
Quell’Amore incondizionato la colpisce e l’accende con una consapevolezza sempre nuova, che si afferma ogni giorno e nei momenti più opportuni si può dire. Torna svelta al mobiletto, recupera il foglio. Lo strappa e lo getta nel cestino lì accanto all’armadio.
Ci sono passioni così intense che prevedono uno scotto da pagare.
Ci sono persone che si bastano, che non hanno bisogno di altri perché hanno avuto la fortuna d’incontrarsi e di riconoscersi soprattutto.
Ci sono amori così grandi che non seguono la strada di tutti gli altri, che non portano dove ci eravamo aspettati, che ci fanno sentire che una vita intera non basterà. Amori indivisibili, così totali che si può essere solo in due.
(*): poesia dal personaggio radiofonico Jack Folla (ideato da Diego Cugia)
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