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sabato 21 marzo 2015

Galleggiar m'è dolce in questa Bloom

Past.

Una bella donna che ha sicuramente passato i venticinque anni se ne sta al bancone di un Saloon, l'aria annoiata di una turista che non trova le attrazioni giuste fino a quando non posa gli affusolati occhi azzurri su una ragazza che ride ad un tavolo lontano. Prende a fissarla perché ad Oak Town, in quel preciso momento, in quel preciso locale non trova niente di più interessante. Grace Sullivan seduta al tavolo, intenta a ridere, scuote la testa e si volta intercettando lo sguardo della mora con tutta la curiosità dei suoi vent'anni o poco più.

"Non lo fare Grace"
"Che cosa?"
"Qualsiasi cosa tu stia pensando di fare."
"Non sto pensando a..."
"Si invece! Fai sempre così. Quando pensi di fare qualcosa di sbagliato o anche solo pensi qualcosa che non dovresti proprio pensare fai in quel modo!"
"Quale modo?"
"Ti passi la lingua sul labbro inferiore, lo tieni fra i denti un momento prima di lasciarlo. E' snervante, lo fai sempre. E puntalmente dopo ti ritrovi nei guai."
"Ma che stai dicendo! Sei totalmente pazza!"
"Ah si? Ti ricordo quando..."

°°°

"Hey? Ti iscrivi o no?"
"Io..."

Abbassa lo sguardo sul volantino: "RODEO AL RANCH SMITHSON. DOMATE IL NOSTRO TORO PIù INFURIATO. SOLO PER MAGGIORENNI, non vogliamo la responsabilità delle vostre ossa rotte."
Si passa la punta della lingua sulla bocca prima di stringerla fra i denti.

"Io si certo!"
"Mi sembri... giovane. Quanti anni hai?"
"Sono maggiorenne. Come c'è scritto qui. Cos'è mi sta discriminando perché sono bassa? E' così che fate da queste parti? Le vostre donne apprezzano la vostra meleducazione?"

Attacca per mettere l'uomo baffuto in difficoltà, attacca per non far vedere che ha ancora il viso di un'adolescente perché il trucco ed i capelli lasciati sciolti ed i tacchi non servono veramente a molto.
Grace Sullivan partecipa e quasi vince. A mandarla a casa con un'occhio nero ed il labbro spaccato non sarà il toro ma quella stronza che ha beccato a barare e con cui, ovviamente, è dovuta finire in rissa.

°°°

Quando la donna alza nella sua direzione un bicchiere di whisky non può fare a meno di farlo, quel gesto, in quella identica seguenza.

"Viene dal Core!"
"Lo so..."
"E' una donna!"
"Lo so."

Che sarebbero tutte ottime obiezioni per una giovane ragazza di Greenfield ma lei lancia un'occhiata all'amica con sé prima di salutarla e raggiungere...

"Agnes"
"E' un piacere"
"Ancora non sai quanto, bocciolo"

Today.

"Vuoi?"

Osserva la joint di Bloom che Keelan le offre. Si passa la lingua sul labbro, lo morde piano, lo lascia andare.

"No... Meglio di no. Io non ho mai provato. Non dovrei."

Non dovrei. E si ha la sensazione che tutta la sua vita sia fatta ultimamente di tanti non dovrei: perché non ha più vent'anni o poco più.
Lo confessa con un sorriso senza imbarazzo e senza imbarazzo prende la canna che lui le regala. La conserva, per un po'.

Una delle sere seguenti quando torna al Ranch prima di salire in camera a dormire si rifugia in uno dei campi delle immense proprietà di Mason, lasciandosi cadere seduta sull'erba. Se lo immagina: il vecchio Mason che batte la mano sulla spalla del figlio e gli dice "Un giorno tutto questo sarà tuo". Sarà suo ma intanto a gestire ogni centimetro di quella terra c'è lei e la ama anche se non è la sua di eredità.
Si stringe nelle spalle. La primavera sta arrivando ma la sera ancora non perdona e lei, comunque, ha sempre freddo. Pinza la canna fra le labbra, l'accende con un fiammifero.
La prende uno strano senso di calma. Si rilassa. Le barriere mentali che erige durante il giorno vanno lentamente a cadere. Nessun senso di euforia ma non era quello che cercava: l'entusiasmo non le manca. Le mancano tante altre cose, fra cui la capacità di rilassarsi davvero.

Rain uggiola vicino a lei, richiamandone l'attenzione. Le passa la mano libera sul pelo morbido.
Da quando Cath l'ha lasciata a lei, se la porta sempre dietro: per non farla sentire sola, per non farle sentire la mancanza della donna che è la sua famiglia, che è casa sua.
Ci pensa, a Cath Meyer. La immagina in quella stanza asettica intenta a leggere e a scrivere. A leggere cosa? A scrivere che? Chissà. La immagina stanca e nervosa perché non riesce a dormire. Avverte il dispiacere e la preoccupazione soprattutto di non potersi prendere cura di lei che sta male e che ha la febbre che continua a salire. 

...

Il gesto. Perché pensa poi a tante cose a cui non dovrebbe pensare. Lo ha cercato di spiegare a Meng ma le ha detto solo di quel viaggio che è la cosa più "innocua" che ha nella mente. Quel viaggio che non può fare perché tante persone hanno bisogno di lei ancora: la sua famiglia, Emile, il Ranch. Quel viaggio che inizia, quasi, ad associare alla propria morte visto che lo rimanda da così tanto tempo probabilmente non riuscirà a farlo mai.
Un'altra boccata di quel fumo profumato. Galleggia. E tutto è leggero e c'è una soluzione anche per i problemi senza nome. Che sia la Bloom o l'ottimismo che importa? Sono, tendenzialmente, droghe tutte e due.









lunedì 2 marzo 2015

Come un colibrì

Past.

Spazioporto di Oak Town.

Zainetto sulle spalle ed occhi fissi a guardare le navi che vanno e vengono. Alcune più grandi e belle di altre: quelle sicuramente fanno avanti e indietro dal Core.
Sente la tasca pesante dei suoi risparmi: è più il peso di pensare che non siano abbastanza per partire o quello di spenderli tutti in una volta dopo aver faticato tanto per formare quel gruzzolletto di dollari stropicciati.
Trae un profondo respiro. Non riesce a muoversi. I piedi sono ancorati a terra e la diciottenne Grace Sullivan non può fare a meno di chiedersi se quelle che la legano a Greenfield siano catene oppure radici. Da quel giorno in poi comunque, che sia vero oppure solo istinto di sopravvivenza, si convince che è meglio essere un albero che una prigioniera.

"Allora ragazzina che fai? Sali oppure no?"
"No, no... magari un'altra volta"


Perché la mamma ne morirebbe, perché papà verrebbe a cercarmi, perché ho i miei pazienti e devo far partorire la signora Gregor la prossima settimana, perché non ho abbastanza soldi per andarmene via e sperare di durare più di due giorni, perché la mia vita è qui.

Pensa questo mentre osserva un firefly decollare senza di lei.
Pensa questo e non capirà mai se è onestà intellettuale o solamente delle scuse per rimandare a mai.

Gira i tacchi e riprende a camminare sulla via di casa. La strada è lunga ma i ripensatori proprio come i ritardatati devono avere buone gambe. Infila le mani nelle tasche e... ha la malsana idea che comunque a casa ci tornerà più leggera: devia verso la casa di Robb. E' un tale che si sta facendo un nome fra i giovani ed i giovanissimi di Oak Town: ha convertito il suo salone in uno studio per tatuaggi. Si dice che abbia un vero talento , si dice che potrebbe anche diventare un eccentrico artista come quelli corer quando guadagnerà abbastanza per trasferirsi su Horyzon.

"Ciao. C'è nessuno? Robb sei tu giusto?"
"Ce li hai i soldi?"

Tira fuori tutto quello che ha e lo lascia sul tavolo.

"Benissimo. Sei... la più giovane dei Sullivan, giusto?"
"Proprio io"
"Ho un dente che mi fa male, me lo puoi controllare dopo?"
"Si va bene"
"Che cosa vuoi? Un fiorellino? Una stella? Un nome?"

Glielo chiede annoiato, sbadigliando.

"No in realtà pensavo... Due ali su tutta la schiena. Credi di esserne in grado?"

Lo sguardo di Robb si illumina. Il suo cervello inizia a lavorare ma le mani sono giù su un foglio dove inizia a scarabocchiare tutte le sue idee.
Ore dopo ha finito il modello. Lei sorride, soddisfatta.

"Non avrei saputo immaginarle meglio."
"Sei sicura,Grace? Perché ti farà male e soprattutto... beh, non è un fiorellino."
"Voglio ricordarmi che sono qui perché l'ho scelto io. Che ho le ali per volare via, che ho la forza di farlo, tutte le carte in regola per diventare chiunque io voglia in qualunque parte del 'Verse ma che scelgo di rimanere. Ho bisogno di scrivermi tutto questo sulla pelle. Forse è stupido ma..."

Alza le spalle. Quelle famose spalle che stanno diventando davvero spalle da uccellino.
Robb la guarda ed annuisce. Lui può capire.

"Va bene, togliti la camicia"
"Non sbirciare!"
"No no, figurati. Sono professionale io!"

Ed ovviamente ci prova a sbirciare ma non vede nulla se non quella schiena nuda che sta per diventare la sua opera d'arte.

"Fa malissimo, Robb. Porca di una cavalla in calore!"
"Te l'avevo detto! Vuoi fare una pausa?"
"Non posso... devo tornare a casa per cena."
"Raccontami qualcosa allora. Così ti distrai."


Due favole, una poesia e tre barzellette dopo si può alzare dal lettino e guardare allo specchio il tatuaggio finito. La pelle arrossata non riesce comunque a nascondere la bellezza dei dettagli messi in ogni singola piuma nera. Voltando il viso ha una consapevolezza nuova: si sente diversa, quasi più sicura di sé e del suo corpo come se solamente adesso avesse preso la forma giusta.

"Perfetta"

***

"Mamma! Ti prego calmati!"

Una ciabatta vola sopra la sua testa mentre si abbassa rifugiandosi dietro al divano.

"GRACE SULLIVAN!"

Il suo nome non le è sembrato mai tanto minaccioso.
E' riuscita a nasconderlo, il tatuaggio, per un po'. Non abbastanza. Troppo grande per sperare di celare sempre tutto quell'inchiostro nero che le rende la schiena bianca più viva, fremente.
Corre intorno al tavolo per non farsi acciuffare e raggiungere dalla seconda pantofola.
Si aspettava quella reazione da parte di sua madre, suo padre l'ha guardata con muta aria di riprovero: occhi così severi che ti gelano sul posto. Un'occhiata e un lungo silenzio che durerà almeno tre giorni.

"Come hai potuto fare questo? Che penserà la gente?"
"Mamma ma che vuoi pensi!"
"Non mi rispondere sai?"

I fratelli rientrano insieme, dopo aver passato la mattinata a curare l'orticello di casa. Osservano la scena sbigottiti prima di fare alla sorella da scudo umano. Sono così tanto più alti e massicci di lei che la celano completamente alla vista della madre.

"Non capisci? Ma come farai a trovare un marito conciata in quel modo!"

Ed eccola lì. La preoccupazione più importante. Che forse quel tatuaggio nella sua vita non ha contribuito a farle trovare marito ma buoni amanti, si.

"Ah mamma se è per questo allora non ti preoccupare! Con il caratterino che ha non ha già speranze di trovarne uno."

Pizzica il braccio a Jason, il terzo genito, con violenza per quelle parole che si becca anche un cazzotto a testa dagli altri due fratelli.

"Quello che Jason voleva dire, mamma. E' che chiunque si prenderà Grace..."
"Si prenderà?!"
"Zitta se vuoi che ti salvi da questa situazione."
"..."
"...Le vorrà bene con il suo carattere e con qualsiasi segno avrà sul corpo che sia un tatuaggio o i calli sulle mani."

Margareth sembra farsi convincere da Richard, forse non può fare altro dato che ha finito le cose da lanciare.


Today.

Braccia interecciate sotto un seno molto più florido rispetto a 12, quasi 13 anni fa. Occhi sicuramente molto più consapevoli ma che mantengono quella scintilla. Solo il sorriso è rimasto lo stesso.
Osserva le navi che vanno e vengono. Ne ha prese tante di quelle da un anno a questa parte ma, ovviamente, è stato sempre per ritornare. Radici o catene l'ha tengono ancora su Greenfield? Forse nessuna delle due cose. Forse la parola giusta è: legami. La parola giusta che cercava anche con Meng in una discussione di diverso tempo fa. Una piccola parte di lei invidia la libertà di Ryan Baker. Quando sono andati insieme in moto le è sembrato che non ci fosse nulla al mondo per lui se non la più totale libertà nascosta nella velocità impazzita e che per raggiungere quella libertà e quella velocità serva per forza lasciarsi dietro tante cose, tante persone. Non può fare a meno di chiedersi se ci sia qualcuno che riesce a tenere il suo passo e se qualcosa può competere con quella botta di adrenalina che può diventare una droga pesante, che può arrivare a fare male. Ma, infondo, quella era solo una moto.

Ha trovato nuovi modi, nel corso del tempo, tutti suoi per volare via.
Vola via ogni volta che legge una poesia.
Vola via ogni volta che inventa una storia.
Vola via ogni volta che fa l'amore con Emile.

Avverte un brivido lungo la schiena. Le sue ali che sembrano fremere. Prima o poi forse seguiranno davvero un vento che la porterà lontano e per tanto tanto tempo. Forse. Ma come un colibrì che usa la stessa energia sia per volare in avanti che per tornare indietro. Una grande prodezza per uno dei piccolissimi di Madre Natura. Tutto si riduce a questo: andare avanti, indietro o rimanere fermi in un volo stazionario. In tutti e tre i casi l'uccellino vive e magari è felice ma tienigli bloccate le ali e lui morirà in poco tempo. Togli a Lei la possibilità di scegliere, toglile la libertà di essere quello che è e farà lo stesso.

Volta le spalle allo spazioporto, riprendendo la via di casa. Vola all'indietro, si potrebbe dire, per tornare ai fiori che ama, a quelli di cui si nutre per stare bene. Con il suo cuore che va troppo veloce quasi volesse arrivare ai 1200 battiti, come i colibrì.




giovedì 22 gennaio 2015

La faccia nascosta della luna.


Fourteen years ago...


Grace non lo sa ma c’è qualcuno sta per farle del male.

“Avete visto Logan?”
“E’ già dentro.”

La festa di Pam è leggen-daria fra i vicini. Una volta all’anno i suoi genitori partono per una settimana per il mercato di Jasonville e lei organizza nel fienile di famiglia in disuso una serata con alcol a fiumi e musica e balli.
Grace cammina veloce entrando nel fienile. E’ sgattaiolata fuori dalla finestra della sua stanza per raggiungere Logan, fargli una sorpresa. Lo cerca con gli occhi e lo vede lì, appoggiato al muro che bacia quella sgualdrina di Betty.
Non sa come ma ad un certo punto vede Betty scaraventata lontana e si ritrova lei davanti a Logan.
“Perché?”
“Perché lei non ha paura di lasciarsi andare, Grace.”

Non riesce a dirgli niente. Né a lui né a lei. Volta le spalle e corre fuori.
“Richard mi vieni a prendere?”
“Grace...Grace stai piangendo? Dove sei?”
“Vienimi a prendere. Non lo dire a mamma e papà.”

Today...

“Ma non mi dire! Grace Sullivan!”
“Logan Melzer. Non ti hanno ancora ucciso?”
“E tu non sei ancora morta.”
“A quanto pare”

Alza il bicchiere di scotch verso di lui, brindando idealmente ad un “chi non muore si rivede, a quanto pare”.

“In un saloon, da sola, con un bicchiere di spacca budella fra le mani.”
“Che vuoi che ti dica? Sono affezionata alle mie vecchie abitudini.”

Ten years ago...

Logan Melzer entra in un Saloon fuori da Oak Town. Nota una figura femminile e familiare seduta al bancone. Sono quattro anni che non si vedono e lei è cresciuta, è più matura, più formosa e totalmente consapevole. Parla con lei, fa lo spiritoso, le scosta piano i capelli dietro l’orecchio ed è in quel momento che Grace vede la fede d’oro giallo che l’altro porta all’anulare sinistro. E’ un momento ma spazza via lo sguardo cupo con una risata bassa, melodiosa, civettuola.
Lui le bacia il collo e lei non sente niente. Ed è quella totale assenza di emozione che ha il potere di eccitarla, che le accende lo sguardo di una scintilla che ogni uomo fraintenderebbe.

“Andiamo a casa tua?”
“Casa mia? No, andiamo a casa tua è più vicino”

Mente nascondendo la bugia dentro ad un tono urgente e ad una mano che gli arpiona il colletto della camicia. 



“Ho saputo che sei a capo del Black Oak Ranch. Complimenti. Non l’avrei mai detto.”
“Ah no? Eppure io ricucivo gambe spappolate mentre tu passavi le giornate ad ubriacarti”
“Io ricordo che ricucivi gambe spappolate e poi andavi ad ubriacarti anche tu”
“Si, può essere vero”
“Sei sempre bella.”
“Grazie”
“Sei sempre una stronza figlia di puttana?”
“E tu sei sempre sposato?”

Logan si alza di scatto facendo cadere lo sgabello con un tonfo che riverbera sul pavimento di legno.

“Calmo calmo. Perdonami. Non faccio più le cose che facevo a vent’anni. Sono cresciuta.”
“Ti sei stancata di controllare tutto e di pianificare ogni tua mossa?”
“...”
“Allora sei rimasta quell’insicura ragazzina di sedici anni che ho conosciuto secoli fa.”


Lui cerca di baciarla e lei volta il viso. Lui pensa che lei scappi per rendere tutto molto più divertente.

“Mi fai impazzire”
“Lo so. Facciamo un gioco?”
“Un gioco? Non credevo fossi diventata così disinibita. E’ per quella ragazza corer che si dice hai frequentato?”
“Quale ragazza corer?”

Lo chiede facendo la finta tonta mentre strappa via il vecchio lenzuolo dal letto e lo strappa.

“Spogliati”

Lui obbedisce, stordito dalla prospettiva di provare qualcosa di nuovo. Si sdraia sul letto e lei sorride. Di quel suo sorriso che non promette nulla di buono. Gli si struscia sopra completamente vestita ancora, allungandosi poi per legargli prima i polsi e poi le caviglie al letto. Quando si alza, lui vede dal basso verso l’alto una donna bellissima che sta per scoparsi. Lei vede dall’alto verso il basso uno squallidissimo uomo nudo. Gli prende i vestiti e li butta giù dalla finestra.

“Che cazzo fai?”
“Mi assicuro che tu non ne esca fuori con una articolata bugia.”
“Grace che cazzo fai?”
“Un favore a tua moglie. Sta arrivando a proposito. Spero non ti spiaccia se le ho scritto che c’era un’emergenza in casa.”
“Razza di puttana!”
“No, Logan. Le puttane sono quelle che vanno a letto con gli uomini sposati.”


L’ultima cosa che gli dice prima di chiudere la porta della stanza e poi la porta di casa dietro di sé. 


“Sono passati dieci anni. Sono cresciuta. E quello non era... un bel periodo per me. Mi hai incontrata nel momento sbagliato.Voglio credere che tu comunque non mi abbia salutata sperando nelle mie scuse. Non te le meriti. Sei sempre stato un bastardo e mi spiace per tua moglie. Avrei dovuto dirglielo solo in... maniera diversa."

Forse è vero che la gente può cambiare perché Logan non ribatte. Deglutisce e sembra dispiaciuto.

“E cosa fai adesso?”
“Adesso scelgo di non essere una stronza”
“E non ci sei mai ricaduta in tutto questo tempo?”
“No.”

Non che non abbia avuto i suoi buoni motivi. Ne ha avuti tanti: tante persone che si sarebbero meritate il suo lato peggiore, tante persone che non hanno neanche idea di quale sia il suo lato peggiore. Perché ogni donna è simile alla Luna, con una faccia nascosta, un lato nascosto che tiene per sé, nell'ombra buia del passato o dietro la piega diversa del sorriso.  Ha scelto di essere una persona migliore, buona nei limiti che la sua umanità le concede. Di bastardi ne è pieno il 'Verse. Lo ha detto anche Helene Orton l'altra sera. Quindi perché aggiungersi alla categoria? Anche in un 'Verse in cui chi non cerca vendetta, chi non  cerca di fregare il prossimo o di prenderlo per il culo passa per l'ultimo dei coglioni. Ad essere cattivi sono bravi tutti, ad essere onesti no. Lei confida, comunque, che in questo libro che è l'esistenza solo i buoni avranno un lieto fine.
 

venerdì 10 ottobre 2014

Grandma

Past


“Nooooooooooonna!”

La chiama per tutta la casa, cercandola. I piedi nudi che toccano appena il pavimento. L'andatura saltellante di una bimba di otto anni.

“Grace lascia stare la nonna, non sta bene questa mattina”

La bambina gonfia le guance e increspa le sopracciglia. Un'espressione tanto contrariata quanto buffa che si porterà dietro fino all'età adulta ed oltre. Ignora le parole della mamma che prepara la colazione e risale le scale del secondo piano.

“Nonna? Dormi ancora?”
“No tesoro mio.”
“Sei ancora a letto però. Stai male davvero allora?”
“Ma no... sono solo pigra. A volte è bello rimanersene un po' sdraiati senza far nulla anche se tuo padre ti dice sempre il contrario.”

Le sorride. Un sorriso con le finestrelle dato che ha perso uno dei denti da latte una settimana prima.

“Vuoi che ti legga qualcosa?”
“Si si si! Mi leggi questo qui?”

E fa cadere sul letto un librone pesantissimo, dalla copertina blu scura. L'aspetto più che vecchio, le pagine ingiallite. Incredibile che quelle candide braccine siano riuscite a trasportalo.

“Il Dizionario medico, di nuovo?”
“Si mi piace!”

Si arrampica sul letto altissimo, accoccolandosi poi vicino all'anziana donna dai lunghi capelli bianchi lasciati sciolti solo quando dorme.
Le piace che la Nonna legga per lei, adora il suono della sua voce calda e buona, adora il modo in cui sembra raccontarle una storia di paura quando ci sono quei dettagli schifosi di sangue e budella e quando le parla dei nervi e descrive il corpo umano come fosse il più fantastico dei paesaggi.

“Ma dai Nonna. E' impossibile che abbiamo tanta acqua dentro!”

Commenta di tanto in tanto, a volte fa le stesse domande e ride con una risata un po' esagerata.

“Nonna come mai non le spiegano tutte queste cose a scuola?”
“Perché... non le ritengono importanti ma devi ricordarti che non c'è nulla che non valga la pena di sapere in questa vita Grace. Anche le cose che ti sembrano strane o le persone che ti sembrano strane, vale la pena di capirle.”
“Anche quelli che vediamo ogni tanto in Piazza? Quelli che parlano con quell'accento buffo e si muovono tutti rigidi come le marionette di Jimmy?”

La Nonna ride. Una risata interrotta da un colpo di tosse.

“Si anche quelli che vengono dal Core. La cosa bella è scoprire sempre cose nuove”
“Ma tu dici sempre che i metodi tradizionali sono i migliori!”
“Si è vero ma è perché io sono vecchia ormai. Tu invece puoi imparare cose nuove, cose diverse. La curiosità può essere una grande forza”

A few years later. . .


“Nonna?” Bussa allo stipite della porta. I lunghissimi capelli divise in due trecce.
“Vieni qui bambina mia”

Cammina piano attraverso la stanza in penombra, quasi timorosa. Sembra strana senza la luce del Sole ad inondarla.

“Stai male...”

Nessuna domanda. Lo mormora tirando su con il naso.

“Si bambina mia. Sto male”

Fai piano: le bimbe grandi non piangono. Fai piano: le bimbe grandi non piangono.

Ma poi le getta le braccia intorno al collo e dirompe in un lamento fatto di singhiozzi.

“Non devi piangere. Va tutto bene”
“Guarirai allora?”

La guarda con occhi gonfi di pianto, gonfi di speranza.

“No, quello no. Ma ora mi sento meglio e voglio stare un po' con te. Mi leggi il nostro libro, ti va?”

Annuisce, stringendo le labbra e ricacciando indietro le lacrime.

Va a prendere il manuele di medicina. Invecchiato di parecchi anni, sempre più consumato. Si siede sul letto a gambe incrociate e ne legge alcune voci. Alcune le conosce a memoria ma dovrà passare tempo prima che lo capisca tutto davvero.

“Diventerò una brava dottoressa come te Nonna.”
“Diventerai più brava di me, tesoro”

Le assicura, sistemandole i capelli dietro l'orecchio.

“Non c'è nulla che non valga la pena di sapere. Ricordalo. Soprattutto nel nostro lavoro. Le cose cambiano, si scoprono cose nuove. L'ho insegnato a tuo padre ma lui non l'ha mai capito davvero. Forse perché sia io che lui abbiamo visto così poco del 'Verse... Tieni aperta le mente. Una mente aperta trova le soluzioni.”
“Dammi il tempo di imparare Nonna! Potrei trovare qualcosa per farti stare meglio!”
“Non è possibile, Grace. Facendo il medico imparerai che... ci sono pazienti che arrivano da te per guarire ed altri che ci vengono per morire. In entrambi i casi dovrai solo fare del tuo meglio”
“Ma che senso ha allora?”
"La Vita è uno strano regalo. All'inizio lo si sopravvaluta, questo regalo: si crede di avere ricevuto la vita eterna. Dopo lo si sottovaluta: lo si trova scadente, troppo corto, si sarebbe quasi pronti a gettarlo. Infine ci si rende conto che non era un regalo ma solo un prestito. Allora, si cerca di meritarlo" (*)
 "Non credo di capire, Nonna."

Dice, esasperata e con la voglia di crescere lì, subito, perché i grandi capiscono, i grandi non hanno paura della morte a quanto pare, i grandi non piangono.

"Capirai, serve solo tempo"

Le servierà tempo, effettivamente, per capire. Capirà che non solo la vita ma anche la felicità bisogna meritare. Le servirà tempo per capire quanto la Nonna l'abbia aiutata a diventare quello che è ora. Una donna forse non tanto saggia quanto lei, sicuramente non saggia quanto lei ma che mai si è fatta chiudere la strada dai pregiudizi, mai troppo almeno e che guarda il 'Verse con occhi pronti a fare domande e a cercare risposte. Anche se non sa se ha mai imparato a fare quelle giuste.



(*):Dal libro "Oscar e la Dama in Rosa"di E.E. Schmitt



venerdì 19 settembre 2014

L'Uomo giusto.

Past




Il profumo che arriva dalla cucina richiama il suo stomaco di dodicenne come la luce fa con la falena.
La piccola Grace vestita di bianco va incontro ad un nuovo giorno, dolcissima e come sempre scalza.

"Nonna?" La cerca, sapendo già di trovarla. "Nonna dove sono tutti?"
"A lavoro e a scuola. Rimango io con te. Ti senti meglio?"
"Si! Non ho più la febbre!"
"E come fai a dirlo?"
"Non ho gli occhi lucidi e rossi, la fronte non è bollente e questa notte ho sudato tanto da dover cambiare due volte la camicia"

La mette alla prova, la Dottoressa, insegnandole quelle poche cose, a fare rapporto come fosse un giro visite, accontentandosi di ben poco data la giovane età della nipote, accontentandosi della sua buona volontà di imparare.
Nonna Grace ha occhi molto scuri  e sottili, lunghi capelli bianchi che tiene sempre stretti in una treccia tenuta acconciata sulla nuca. Austera ma dalla voce e dal sorriso perennemente gentili.
"Nonna mi racconti una storia?"
"Che storia?"
"Una bella. D'amore."

Nonna Grace le racconta una storia. Niente principesse, niente cavalieri ma di un cowboy che vagava solitario per Greenfield. Aveva sognato tre anni prima di trovare un tesoro ma non sapeva dove, non sapeva quando, non sapeva come. Un giorno sentì che in una cittadina poco distante da dove si trovava c'era una donna, la più bella che il 'Verse avesse mai visto ma anche la più gentile, la più premurosa con la gente. Il cowboy si innamorò con le orecchie. Corse con il suo cavallo marrone molte miglia per incotrare la giovane. I due passarono tutta la notte e tutto il giorno a parlare. Lui le raccontò la sua storia. Lei gli chiese quando sarebbe dovuto ripartire. Lui rispose: mai. Aveva trovato il tesoro.
"E poi che è successo?"
"E poi si sono sposati e hanno vissuto insieme per il resto della vita"
"E' un sacco di tempo!"
"Eh si... ma non sembra poi tanto quando ami qualcuno"
"Come si fa a capire, Nonna? Perché c'è il figlio del vicino che dice di essere innamorato ma a me sembra una cavolata! Anzi, il bastardo mi ha anche tirato i capelli!"
"GRACE SULLIVAN! Ma che linguaggio è?"
"Scusa Nonna"

Si sorridono mentre l'accompagna di nuovo in camera sua. La dodicenne si sistema sul letto, gambe incrociate. L'anziana le spazzola con un amore infinito i lunghissimi capelli.
"Ora è troppo presto. Ma lo capirai quando verrà il momento..."
"Se ci devo passare insieme tutta la vita dovrebbe essere l'uomo perfetto!"
"Non esiste quello perfetto, esiste quello giusto per te. E' molto diverso"

Present 19.09.2516

Le sono bastati gli aromi della colazione per ricordare con un moto di nostalgia la Nonna. Le manca ancora tantissimo. E' scomparsa qualche tempo dopo. Il suo cuore grande che alla fine ha ceduto, spossato dall'età e da tutto quello che aveva vissuto.
Sorride poi, si guarda la fede che porta al dito. Guarda tutti e tre quegli anelli che rappresentano un giuramento.
Solamente ora capisce che le parole della Nonna sull'Amore le sono entrate dentro.

Sai Grace... l'uomo giusto ti regalerà dei fiori solo perché è giovedì.

Sebastian che le fa recapitare a casa rose, girasoli, arriva con i tulipani.

Ti dirà che sei bellissima e a te sembrerà una cosa speciale e meravigliosa.
Sebastian che le dice sempre quanto è bella dopo che hanno fatto l'Amore.

L'uomo giusto avrà una storia dietro alle spalle, Grace, avrà dietro alle spalle tanti anni di tramonti ma ti guarderà come si guarda l'alba. Come se tu fossi la speranza di un giorno nuovo.
Sebastian che la guarda imbambolato e sorride senza motivo apparente, che vuole condividere il suo orizzonte con lei.

Io spero per te, bambina, che quell'uomo sarà come il cowboy. Che capirà che ti stava cercando e soprattutto capirà di doversi fermare una volta che ti ha trovato. Che ti tratterà e ti difenderà come il tesoro che sei. Perché questo fa l'uomo giusto.
Sebastian che le rimane accanto, che le vuole fare da scudo, che l'affianca.

Ma non è solo quello che tu sei per lui è quello che lui è per te. Perché le stesse cose le proverai tu. Anche se ora ti sembra sciocco, lui sarà il cuore del tuo corpo. Ma capirai davvero solo quando succederà. 



Grace che non ha parole per dire a Gray quanto lo ama. Così, ogni tanto, usa quelle di una poesia o di una vecchia canzone. Ogni tanto ne vorrebbe inventare di nuove. Ogni tanto si accontenta di dire "Ti amo". Ogni tanto preferisce starsene in silenzio, di rado ma lo fa. Il loro Amore che la arma contro tutte le paure, quelle legate a loro, quelle legate al 'Verse.

E poi ti prometterà di amarti per sempre e a quel punto dovrai prendere una decisione. Perché l'Amore è anche una scelta.

La decisione di Grace è stata: Si. Ha scelto di regalare, per sempre, il suo cuore malandato. Ha scelto di prendersi cura di quello di Sebastian.
Non un si naturale come respirare, anche di più. Un si normale come è stato innamorarsi di lui. Un Amore così grande che una vita sola non può bastare e quindi ha deciso di dedicare almeno quella che le è stata concessa a lui. Diventare sua moglie un po' di fretta e con un po' di furia. Ma si dice che quando incontri l'uomo per te devi fare qualcosa o rischi di vedere un'altra che si sposa tuo marito.



lunedì 11 agosto 2014

How i save a life



Past

Che cos'ero intorno a vent'anni?
un manicomio in un letto di danni




Grace è giovane e totalmente autodistruttiva.
Non si è interrogata molto sulla cosa ma qualcosa è successo, deve essere successo per aver innescato la miccia di quel percorso che la porterà a schiantarsi da qualche parte prima o poi.
Da tre mesi non lavora più. Da tre interi mesi non tocca un bisturi e nemmeno una garza. Da quando ha perso quei sette pazienti. Sette pazienti in sette giorni. Sembravano stare bene, avevano superato i momenti più difficili del post-operatorio e poi si sono aggravati, uno dietro l’altro. Ho perso il ciondolo di famiglia. L’ho perso e loro sono morti, non sono riuscita a salvarli. Senza il ciondolo io, allora, non funziono. Il ciondolo poi l’ha ritrovato ma troppo tardi probabilmente e lei ha mollato.
“Ci sono pazienti che muoiono altri che vivono. I medici non sono Dio, non possono fregare la morte per sempre. Non siamo noi ad avere l’ultima parola. Se non l’hai capito vuol dire che ho perso il mio tempo ad insegnarti. Se adesso te ne vai, se ti arrendi, se abbandoni tutti quelli che invece potresti aiutare ho perso il mio tempo come padre oltre che come insegnante.”
Le parole di George Sullivan le si mescolano nella testa mentre ogni tipo di alcolico che riesce a trovare le si mescola nello stomaco. Così quando la mattina apre gli occhi non si stupisce di non riconoscere la stanza in cui si trova. Si tira su con la schiena e riesce a vedere la sagoma di un uomo in un bagno. Lo guarda. Gli da le spalle. Lui è completamente nudo, ma chissà per quale motivo quello che si sente un verme non è lui. Cerca come può di nascondersi sotto al lenzuolo umido che, in qualunque modo lo tiri, gli lascia scoperte o le gambe o il petto. Strano. Deglutisce, stringendo le labbra pallidissime e screpolate. Trova il proprio vestitino a fiori buttato ai piedi del letto, se lo infila alla rovescia ma va di fretta. Non saluta, non si presenta, non chiede se quel vassoio con la colazione e una margherita in bella mostra sono proprio per lei perché non avrebbe niente di carino da dire. Scusami, non mi ricordo come ti chiami. Sono venuta con te solo perché ero ubriaca, perché ieri sera quando abbiamo ballato mi sembravi più carino, perché quando il cuore degli altri mi batte addosso mi dimentico che il mio è scarico, che è già mezzo malconcio. Si, meglio andarsene e basta.

Il pavimento di casa Sullivan scricchiola sotto il peso leggero della più giovane di loro. Spera di riuscire a sgattaiolare in camera senza farsi sentire.
“Grace” La voce di suo fratello Richard la fa sobbalzare e lei da verme fa una metamorfosi e passa a sentirsi come un topolino spaventato.
“Non lo dire a mamma e papà va bene?” 

Non c'è legame più grande che unisce due fratelli e lei lo chiede come quando da piccola rompeva un bicchiere perché voleva arrivare allo scaffale tutto da sola o portava un randagio a casa o per arrampicarsi su un albero si rompeva la gonna nuova oltre a graffiarsi le ginocchia e le mani.
Non aspetta neanche la sua risposta e chiude la porta dietro di sé.
I pupazzi di quando era una bambina la guardano con occhi inquisitori. L’orsetto la sta giudicando e il gatto la beffeggia, giusto il cagnolino pare avere un po’ di comprensione in quei bottoncini neri. Anche le loro anime di ovatta si saranno stancate di vederla continuare a ferirsi in quel modo. Lei che senza regole non ci sa stare non rispetta più neanche quelle che si è imposta da sola.

“Non puoi andare avanti così. Non è tuo dovere salvare ogni persona che bussa alla nostra porta o al lazzaretto della Chiesa. Ognuno ha il suo compito, il tuo è quello di provarci e perdonarti se non ci riesci. Non buttarti via, sorellina. So che è un brutto periodo... ma abbi fede. Andrà meglio” Le sembra di sentire il calore delle spalle ampie di Richard attraverso il legno.
“Non sono una donna di fede”
“Sii una donna di speranza allora” 


Amica cara, amica speranza
parti da qui, dalla mia stanza
e vola, sali più in alto della paura
che ci corrode, che ci tortura, e vai.

domenica 10 agosto 2014

Bastard of the Flag

 Past

2515.

Per la prima volta in quasi quindici anni di lavoro è in ritardo. Un giro di routine, visite di controllo ai bambini delle famiglie che abitano nelle fattorie lì vicine ma è in ritardo e suo padre, ovviamente, non l'ha aspettata.

Si sente un forte bussare alla porta di quella vecchia casa a due piani, costruita dal nonno che lì dentro ci ha vissuto poco.

“Grace! Vai ad aprire!”

E' la voce di sua madre che sta preparando il pranzo, nonostante siano solo le 10 di mattina. Lei quasi capitombola giù dalle scale di legno per la fretta perché un bravo ospite non fa mai aspettare nessuno alla porta anche se non ha annunciato prima il suo arrivo e perché, nella corsa, cerca anche di infilarsi il secondo stivale.

Spalanca l'uscio con il suo entusiasmo, con un sorriso contagioso di chi si aspetta cose buone ma il saluto le muore in gola.
Si trova davanti Michael Harris. Il caporale Michael Harris con una faccia scavata, smunta, che preannuncia morte più di quella bandiera che stringe fra le braccia e che porta in dono alla sua famiglia. Le ci vuole un po' per riconoscere in quel volto, lo stesso dell'uomo che sorride vicino a suo fratello nella foto che lui le ha mandato dal fronte. E' la cicatrice che ne solca i lineamenti ad aiutarla.
Lei non dice niente e gli chiude la porta in faccia. Ha gli occhi sgranati come un animale in trappola: non può tornare indietro, ormai sa. Non può andare avanti, verso tutto quel dolore che è ancora incastrato fra l'incoscienza e la piena consapevolezza.

Sente scivolare via una parte di sé mentre lei si accascia. Le spalle al muro, letteralmente ora.
Il cuore le romba nel petto sotto un agitazione crescente, man mano che la sofferenza si fa largo nella sua mente e in tutto il suo corpo.
Lui è morto. Richard è morto. Io sto per morire. Ha l'impressione che le si fermerà il cuore, che non reggerà, che morirà d'infarto. Come la nonna. Non a caso ha preso il suo nome. Non a caso farà la stessa fine: le si spezzerà il cuore in due. Solo non immaginava così presto.

Sua madre Margareth entra nell'ingresso. Le mani sporche di farina, indossando il grembiule ricamato a mano dalla figlia per il suo compleanno con orgoglio, fiera della propria vita di mamma e casalinga tuttofare.

Cos'è? Sei inciampata?”

Ed ecco da chi l'ha presa Grace, la sua tanta ingenuità.

“NO! Mamma non aprire!”

Cerca di sollevarsi, di alzare un braccio per fermare quella dannata maniglia e quella porta che affaccia sulla realtà.


E' semplicemente troppo tardi ma riesce a prendere sua madre in tempo per non farla cadere a terra quando le energie le vengono meno, quando l' amore per il figlio si tramuta in una disperazione che la porta a piangere, a gridare, a diventare l'ombra della donna che era fino a cinque secondi prima.

“Sei un bastardo! Un bastardo! Dovevi riportarmi lui vivo!”

Margareth urla, cercando in un moto di rabbia di graffiare il volto di Michael ma riesce solo a strappargli via quella bandiera e a farla cadere nella polvere.

Grace chiede scusa con gli occhi, conscia che quel povero uomo che le si trova davanti non c'entra niente.

Tutta quella confusione richiama anche i suoi due fratelli che li raggiungono a perdifiato.
Jason ha 33 anni, un carattere di fuoco e un egoismo che va oltre ad ogni cosa. Il suo cervello lo spinge a capire la situazione, a voltarsi verso Michael e cercare di sferrargli un pugno in faccia. Sfogare il proprio dolore e la propria ira prima ancora di aiutare il resto della famiglia.

“Portala dentro! E tu pezzo di coglione fila a chiamare nostro padre. E' dai Fox. Corri prima che ti prenda a sberle!”

Grace è la più piccola per età e per stazza eppure quel metro e sessantadue prende in mano la situazione. Non versa una lacrima. La voce così imperiosa che sembra aver passato tutta la vita a dare ordini.

Vede sua madre che viene praticamente portata in casa in braccio dal maggiore di loro: Christopher. E quando la guarda capisce quanto è anziana, quanto è fragile e che da quel momento le sue spalle saranno sempre curve, sotto il peso di un dolore e di un senso di colpa che non la farà mai più andarsene in giro per la cucina con quella sua innata fierezza di donna.

“Mi dispiace. Io... mi dispiace davvero. Sta bene?”

Trova forza nella propria umanità che la spinge ancora a preoccuparsi per qualcuno, evidentemente. Per quel volto così triste ed ora anche sanguinante dal labbro superiore.
Fa un passo in avanti, si toglie il fazzoletto dal collo e tampona la ferita. L'altra mano che si ferma in una carezza statica sulla guancia di lui perché data la differenza di altezza cerca attirare l'uomo verdo si sé. Non fiata fino a quando il sangue non si ferma.

“E' meglio che lei vada. Se non si fa trovare quando torneranno. Non voglio dover passare il pomeriggio a fasciare il braccio rotto di mio fratello”

Dice e basta quella frase a far capire che sa che l'altro poteva evitare il cazzotto e con quella smorfia che vorrebbe apparire almeno un mezzo sorriso o qualcosa di simile, tenta di ringraziarlo.

Aspetta un momento. Respira a fondo, cercando di incamerare tutta l'aria che può dentro ai polmoni. Si guarda intorno. Il Sole splende su di loro, su quel dramma familiare.
Ci si aspetterebbe che quando arriva una notizia del genere, sia una giornata piovosa con il cielo scuro ma questo succede solo negli holofilm. Ci si aspetterebbe di avere un presentimento, qualcosa che ti avverta di non girare l'angolo perché potresti trovare un pericolo. Grace credeva che il sangue  che le scorre nelle vene si fermasse, per un momento, sentendo quello versato sul campo di battaglia da Richard. Ma non è stato così. Non c'è nessun preavviso, nessun intuito, nessun istinto. E' una giornata normale e quando ti svegli non sai che il cantare degli uccelli è in realtà un lamento funebre.

“Preferivo un fratello vivo ad un eroe morto. Addio Harris, abbia cura di lei"

Lo fissa ancora prima di dargli la schiena. Si china a prendere la bandiera e la pulisce come può dalla terra secca. Quando apre la porta si sente un nuovo urlo, strozzato dalla foga delle lacrime.

“Bastardo della bandiera!”

Foto ormai stropicciata della quarta unità di fanteria. 





Racconto di un Vecchio Bastardo