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domenica 12 aprile 2015

Spiccare il volo

Ogni saluto l'ha distrutta. Lascia così tanti pezzi di sé. Il senso di colpa è prepotente. Il fatto di averli stupiti quasi tutti con quella decisione, il fatto di non poter rispondere loro nulla che possa rassicurarli.
"Non andartene" Emile, Roland, tutti glielo lo hanno chiesto ma deve farlo. E' arrivato il momento. Per lei si ma anche per loro. Ha promesso che tornerà. E lo farà. Non lascerà al suo cuore la possibilità di fermarsi mentre è via. Tornerà e si opererà ma il viaggio... Il viaggio deve farlo prima perché il rischio che non ci sia un dopo è piccolo ma c'è e lei non può correrlo. Ha tante cose sulla lista di "le cose da fare prima di morire" ma si potrebbe pure accontentare di depennare quella solamente.
Ha scritto tante lettere una arriverà a destinazione prima, altre dopo ma tutte sono necessarie per lei e per le persone che le devono ricevere. Le ultime parole perché con gli addii non è mai stata brava.

°°°
Caro Emile,
ormai tutto quello che avevo da dirti te l'ho detto e ti ho scritto un messaggio ben più lungo di questa già. Ormai ti ho salutato ma riuscire a partire davvero è difficile. Non so cosa mi aspetta. Tanti mondi e tante facce nuove. Ho promesso che non ti avrei mai fatto soffrire e partire è l'unico modo che ho per mantenere davvero la promessa perché rimanendo qui mancherei ad una promessa che mi sono fatta tanti anni e fa, finirei per tradire me stessa e con qualcuno così vicino non si può proprio essere felici. Tornerò quando il mio cuore sarà guarito. Tu hai una vita qui, hai il Ranch che ha ancora bisogno di te. Ti ho regalato il mio cuore e me lo sono dovuto riprendere ma non ti ho tolto nulla davvero. Non ti lascio, ti lascio libero che è molto diverso.
Sei un uomo che sa essere meraviglioso, buono, dal cuore grande. Non te lo scordare.
Ti chiamo appena arrivo a destinazione. Non so neanche quale sarà.
Prenditi cura di te, prenditi cura del Black Oak per me ora che non posso farlo più io perché tu ed il Ranch siete la mia casa.

Con amore,

Grace

***

Dolce Gabrielle,
io sto per partire e purtroppo non riuscirò a vederti per abbracciarti e salutarti.
Sei diventata una donna forte, coraggiosa, ancora più capace nel proprio lavoro. Spero che, in qualche modo chissà, un po' sia anche merito mio. In ogni caso sono felice di averti accolti al Ranch, felice di averti teso la mano anche se a volte non nel modo più giusto.
Sono sempre stata tanto fiera di te.

Bada a te stessa

Grace

***
Cara Aura,
mi spiace non essere riuscita a salutarti.
Ti voglio bene. Sei stata un'amica e ti sei trasformata sotto i miei occhi passando da una ragazza ad una donna sicura di sé con un po' anche lo spirito di Greenfield nel sangue.
Continua a lavorare sodo per ogni tuoi obbiettivo e non ti far dire mai da nessuno che non puoi arrivare o riuscire a fare qualcosa. Lavora per il Ranch, non temere di prendere l'iniziativa. So che andrai lontano e so che ho fatto bene a darti fiducia durante quel primo colloquio.

Con affetto,

Grace


***

Cara Meng,
speravo di abbracciarti, di informarti, di spiegarti meglio rispetto a quella stramba confessione che ti ho fatto qualche tempo fa. Devo partire. Per quel viaggio di cui ti ho parlato. Non sento più niente a tenermi ancorata a terra. Adesso posso spiccare il volo. Ho sistemato il Ranch, ho sistemato le persone a cui voglio bene o almeno ci ho provato. Ora che so che il Ranch starà bene e che i miei affetti staranno bene posso andare via. Spero di rivederti ma non so quando la mia strada mi porterà su Roanoke di nuovo. Sei stata un porto sicuro per me. Partire, sai, è l'unica decisione che posso prendere in questo esatto momento della mia vita che dia meno sofferenza alle persone che amo. Lo so è una frase strana da dire e l'inchiostro è troppo poco per spiegarla. Prenditi cura di Emile ora che lavorate insieme. Ha bisogno di qualcuno che gli guardi le spalle, che gli ricordi di non gettarsi in un pericolo senza via di uscita. Prenditi cura di te.
Saluta la tua combriccola di animali da parte mia. Mi mancherete moltissimo ma vi porterò
sempre nel mio cuore.
Con tutto l'affetto del 'Verse,
Grace

***
Cara Cath,
quando ti ho incontrato ho incontrato una parte di me. Dirti addio mi strazia il cuore così ti dirò solo un arrivederci perché ti scriverò da ovunque sarò per farti sapere che io ci sono, viva da qualche parte nel 'Verse e tu mi farai sapere che ci sei, da qualche parte, nel 'Verse. Grazie a te so che esiste qualcuno strano e difettoso come lo sono io. Saperti viva, sapere che esisti anche se lontano da me mi fa sentire meno sola e spero che sia lo stesso per te. E' quello che ho sempre sperato.
Siamo così simili. Differenti come due gocce d'acqua. E così mi chiedo come farò senza il mio specchio. Mi chiedo come farò dato che in alcuni momenti mi è sembrato di essere reale, di essere capita solo con te a guardarmi, compresa solo perché mi stavo riflettendo nei tuoi occhi.
Tu sei uno dei motivi che mi ha spinto a rimanere per tanto. La convinzione di dovermi prendere cura di te, di dover ascoltare la tua storia. Ma ho rimandato indietro Isabel e ho finito di ricomporre il tuo diario e l'ho letto tante volte. Ora posso andare. Ora che tante cose sono state dette, ora che tante cose sono state fatte. Dopo aver fatto con te e di te ogni guaio immaginabile e aver messo poi tutto al suo posto. Spero.
Grazie per avermi amato tanto intensamente. Grazie per avermi aiutata a capirmi. Parto con una consapevolezza nuova di me stessa, con un dolore che tu senza neanche volerlo mi hai aiutato ad accantonare. Sei una forza della natura. Sei una gemma preziosa in mezzo a tanto marcio, in mezzo a tanto ferro privo di valore. La tua luce è abbagliante quando decidi di regalarla. Ho ancora così tanto da dirti, ancora così tanto... Che nonostante tutto mi sembra di lasciare il nostro libro a metà. Mettimi da parte ma non ti dimenticare mai di me, del nostro stranissimo legame. Sii la donna fantasiosa ed intrigante e premurosa e calorosa che sai essere. Sii te stessa. Sii felice.

°°°

"Miss Sullivan, è pronta?"

Sistema il cappello - il preferito - di Roland che l'uomo che la lasciato prima della loro ultima sbronza insieme. Un'occhiata alla mano destra: l'anellino di Meng è lì all'anulare. Il braccialetto di Gabrielle vicino al cortex pad. Il diario e le poesie che le ha scritto Cath copiate una per una sono nel quadernino dentro lo zainetto. La bandana del Black Oak Ranch al polso: non poteva lasciarla. Rievoca tutti, uno per uno. I loro occhi, i loro sorrisi. Emile, Cath, Roland, Meng, Gabrielle, Aura, Megan e ancora la sua famiglia e ancora tutti i rancheri ed ex rancheri e ancora tutte le persone che hanno prese strade diverse prima della sua Michael, Joe, Coco, Owen, Nicole, Elizabeth, Jonathan.
Abbassa la mano a toccare la testa del suo gigante a quattro zampe che l'accompagnerà e la difenderà durante quel viaggio. Libero la guarda e abbaia una singola volta. Sorride mentre sente le sue ali sulla schiena spalancarsi, le radici immaginarie che la legano a quel pianeta accarezzarle le caviglie prima di lasciarla libera.

"Pronta"
... A spiccare il volo.







sabato 21 marzo 2015

Galleggiar m'è dolce in questa Bloom

Past.

Una bella donna che ha sicuramente passato i venticinque anni se ne sta al bancone di un Saloon, l'aria annoiata di una turista che non trova le attrazioni giuste fino a quando non posa gli affusolati occhi azzurri su una ragazza che ride ad un tavolo lontano. Prende a fissarla perché ad Oak Town, in quel preciso momento, in quel preciso locale non trova niente di più interessante. Grace Sullivan seduta al tavolo, intenta a ridere, scuote la testa e si volta intercettando lo sguardo della mora con tutta la curiosità dei suoi vent'anni o poco più.

"Non lo fare Grace"
"Che cosa?"
"Qualsiasi cosa tu stia pensando di fare."
"Non sto pensando a..."
"Si invece! Fai sempre così. Quando pensi di fare qualcosa di sbagliato o anche solo pensi qualcosa che non dovresti proprio pensare fai in quel modo!"
"Quale modo?"
"Ti passi la lingua sul labbro inferiore, lo tieni fra i denti un momento prima di lasciarlo. E' snervante, lo fai sempre. E puntalmente dopo ti ritrovi nei guai."
"Ma che stai dicendo! Sei totalmente pazza!"
"Ah si? Ti ricordo quando..."

°°°

"Hey? Ti iscrivi o no?"
"Io..."

Abbassa lo sguardo sul volantino: "RODEO AL RANCH SMITHSON. DOMATE IL NOSTRO TORO PIù INFURIATO. SOLO PER MAGGIORENNI, non vogliamo la responsabilità delle vostre ossa rotte."
Si passa la punta della lingua sulla bocca prima di stringerla fra i denti.

"Io si certo!"
"Mi sembri... giovane. Quanti anni hai?"
"Sono maggiorenne. Come c'è scritto qui. Cos'è mi sta discriminando perché sono bassa? E' così che fate da queste parti? Le vostre donne apprezzano la vostra meleducazione?"

Attacca per mettere l'uomo baffuto in difficoltà, attacca per non far vedere che ha ancora il viso di un'adolescente perché il trucco ed i capelli lasciati sciolti ed i tacchi non servono veramente a molto.
Grace Sullivan partecipa e quasi vince. A mandarla a casa con un'occhio nero ed il labbro spaccato non sarà il toro ma quella stronza che ha beccato a barare e con cui, ovviamente, è dovuta finire in rissa.

°°°

Quando la donna alza nella sua direzione un bicchiere di whisky non può fare a meno di farlo, quel gesto, in quella identica seguenza.

"Viene dal Core!"
"Lo so..."
"E' una donna!"
"Lo so."

Che sarebbero tutte ottime obiezioni per una giovane ragazza di Greenfield ma lei lancia un'occhiata all'amica con sé prima di salutarla e raggiungere...

"Agnes"
"E' un piacere"
"Ancora non sai quanto, bocciolo"

Today.

"Vuoi?"

Osserva la joint di Bloom che Keelan le offre. Si passa la lingua sul labbro, lo morde piano, lo lascia andare.

"No... Meglio di no. Io non ho mai provato. Non dovrei."

Non dovrei. E si ha la sensazione che tutta la sua vita sia fatta ultimamente di tanti non dovrei: perché non ha più vent'anni o poco più.
Lo confessa con un sorriso senza imbarazzo e senza imbarazzo prende la canna che lui le regala. La conserva, per un po'.

Una delle sere seguenti quando torna al Ranch prima di salire in camera a dormire si rifugia in uno dei campi delle immense proprietà di Mason, lasciandosi cadere seduta sull'erba. Se lo immagina: il vecchio Mason che batte la mano sulla spalla del figlio e gli dice "Un giorno tutto questo sarà tuo". Sarà suo ma intanto a gestire ogni centimetro di quella terra c'è lei e la ama anche se non è la sua di eredità.
Si stringe nelle spalle. La primavera sta arrivando ma la sera ancora non perdona e lei, comunque, ha sempre freddo. Pinza la canna fra le labbra, l'accende con un fiammifero.
La prende uno strano senso di calma. Si rilassa. Le barriere mentali che erige durante il giorno vanno lentamente a cadere. Nessun senso di euforia ma non era quello che cercava: l'entusiasmo non le manca. Le mancano tante altre cose, fra cui la capacità di rilassarsi davvero.

Rain uggiola vicino a lei, richiamandone l'attenzione. Le passa la mano libera sul pelo morbido.
Da quando Cath l'ha lasciata a lei, se la porta sempre dietro: per non farla sentire sola, per non farle sentire la mancanza della donna che è la sua famiglia, che è casa sua.
Ci pensa, a Cath Meyer. La immagina in quella stanza asettica intenta a leggere e a scrivere. A leggere cosa? A scrivere che? Chissà. La immagina stanca e nervosa perché non riesce a dormire. Avverte il dispiacere e la preoccupazione soprattutto di non potersi prendere cura di lei che sta male e che ha la febbre che continua a salire. 

...

Il gesto. Perché pensa poi a tante cose a cui non dovrebbe pensare. Lo ha cercato di spiegare a Meng ma le ha detto solo di quel viaggio che è la cosa più "innocua" che ha nella mente. Quel viaggio che non può fare perché tante persone hanno bisogno di lei ancora: la sua famiglia, Emile, il Ranch. Quel viaggio che inizia, quasi, ad associare alla propria morte visto che lo rimanda da così tanto tempo probabilmente non riuscirà a farlo mai.
Un'altra boccata di quel fumo profumato. Galleggia. E tutto è leggero e c'è una soluzione anche per i problemi senza nome. Che sia la Bloom o l'ottimismo che importa? Sono, tendenzialmente, droghe tutte e due.









lunedì 2 marzo 2015

Come un colibrì

Past.

Spazioporto di Oak Town.

Zainetto sulle spalle ed occhi fissi a guardare le navi che vanno e vengono. Alcune più grandi e belle di altre: quelle sicuramente fanno avanti e indietro dal Core.
Sente la tasca pesante dei suoi risparmi: è più il peso di pensare che non siano abbastanza per partire o quello di spenderli tutti in una volta dopo aver faticato tanto per formare quel gruzzolletto di dollari stropicciati.
Trae un profondo respiro. Non riesce a muoversi. I piedi sono ancorati a terra e la diciottenne Grace Sullivan non può fare a meno di chiedersi se quelle che la legano a Greenfield siano catene oppure radici. Da quel giorno in poi comunque, che sia vero oppure solo istinto di sopravvivenza, si convince che è meglio essere un albero che una prigioniera.

"Allora ragazzina che fai? Sali oppure no?"
"No, no... magari un'altra volta"


Perché la mamma ne morirebbe, perché papà verrebbe a cercarmi, perché ho i miei pazienti e devo far partorire la signora Gregor la prossima settimana, perché non ho abbastanza soldi per andarmene via e sperare di durare più di due giorni, perché la mia vita è qui.

Pensa questo mentre osserva un firefly decollare senza di lei.
Pensa questo e non capirà mai se è onestà intellettuale o solamente delle scuse per rimandare a mai.

Gira i tacchi e riprende a camminare sulla via di casa. La strada è lunga ma i ripensatori proprio come i ritardatati devono avere buone gambe. Infila le mani nelle tasche e... ha la malsana idea che comunque a casa ci tornerà più leggera: devia verso la casa di Robb. E' un tale che si sta facendo un nome fra i giovani ed i giovanissimi di Oak Town: ha convertito il suo salone in uno studio per tatuaggi. Si dice che abbia un vero talento , si dice che potrebbe anche diventare un eccentrico artista come quelli corer quando guadagnerà abbastanza per trasferirsi su Horyzon.

"Ciao. C'è nessuno? Robb sei tu giusto?"
"Ce li hai i soldi?"

Tira fuori tutto quello che ha e lo lascia sul tavolo.

"Benissimo. Sei... la più giovane dei Sullivan, giusto?"
"Proprio io"
"Ho un dente che mi fa male, me lo puoi controllare dopo?"
"Si va bene"
"Che cosa vuoi? Un fiorellino? Una stella? Un nome?"

Glielo chiede annoiato, sbadigliando.

"No in realtà pensavo... Due ali su tutta la schiena. Credi di esserne in grado?"

Lo sguardo di Robb si illumina. Il suo cervello inizia a lavorare ma le mani sono giù su un foglio dove inizia a scarabocchiare tutte le sue idee.
Ore dopo ha finito il modello. Lei sorride, soddisfatta.

"Non avrei saputo immaginarle meglio."
"Sei sicura,Grace? Perché ti farà male e soprattutto... beh, non è un fiorellino."
"Voglio ricordarmi che sono qui perché l'ho scelto io. Che ho le ali per volare via, che ho la forza di farlo, tutte le carte in regola per diventare chiunque io voglia in qualunque parte del 'Verse ma che scelgo di rimanere. Ho bisogno di scrivermi tutto questo sulla pelle. Forse è stupido ma..."

Alza le spalle. Quelle famose spalle che stanno diventando davvero spalle da uccellino.
Robb la guarda ed annuisce. Lui può capire.

"Va bene, togliti la camicia"
"Non sbirciare!"
"No no, figurati. Sono professionale io!"

Ed ovviamente ci prova a sbirciare ma non vede nulla se non quella schiena nuda che sta per diventare la sua opera d'arte.

"Fa malissimo, Robb. Porca di una cavalla in calore!"
"Te l'avevo detto! Vuoi fare una pausa?"
"Non posso... devo tornare a casa per cena."
"Raccontami qualcosa allora. Così ti distrai."


Due favole, una poesia e tre barzellette dopo si può alzare dal lettino e guardare allo specchio il tatuaggio finito. La pelle arrossata non riesce comunque a nascondere la bellezza dei dettagli messi in ogni singola piuma nera. Voltando il viso ha una consapevolezza nuova: si sente diversa, quasi più sicura di sé e del suo corpo come se solamente adesso avesse preso la forma giusta.

"Perfetta"

***

"Mamma! Ti prego calmati!"

Una ciabatta vola sopra la sua testa mentre si abbassa rifugiandosi dietro al divano.

"GRACE SULLIVAN!"

Il suo nome non le è sembrato mai tanto minaccioso.
E' riuscita a nasconderlo, il tatuaggio, per un po'. Non abbastanza. Troppo grande per sperare di celare sempre tutto quell'inchiostro nero che le rende la schiena bianca più viva, fremente.
Corre intorno al tavolo per non farsi acciuffare e raggiungere dalla seconda pantofola.
Si aspettava quella reazione da parte di sua madre, suo padre l'ha guardata con muta aria di riprovero: occhi così severi che ti gelano sul posto. Un'occhiata e un lungo silenzio che durerà almeno tre giorni.

"Come hai potuto fare questo? Che penserà la gente?"
"Mamma ma che vuoi pensi!"
"Non mi rispondere sai?"

I fratelli rientrano insieme, dopo aver passato la mattinata a curare l'orticello di casa. Osservano la scena sbigottiti prima di fare alla sorella da scudo umano. Sono così tanto più alti e massicci di lei che la celano completamente alla vista della madre.

"Non capisci? Ma come farai a trovare un marito conciata in quel modo!"

Ed eccola lì. La preoccupazione più importante. Che forse quel tatuaggio nella sua vita non ha contribuito a farle trovare marito ma buoni amanti, si.

"Ah mamma se è per questo allora non ti preoccupare! Con il caratterino che ha non ha già speranze di trovarne uno."

Pizzica il braccio a Jason, il terzo genito, con violenza per quelle parole che si becca anche un cazzotto a testa dagli altri due fratelli.

"Quello che Jason voleva dire, mamma. E' che chiunque si prenderà Grace..."
"Si prenderà?!"
"Zitta se vuoi che ti salvi da questa situazione."
"..."
"...Le vorrà bene con il suo carattere e con qualsiasi segno avrà sul corpo che sia un tatuaggio o i calli sulle mani."

Margareth sembra farsi convincere da Richard, forse non può fare altro dato che ha finito le cose da lanciare.


Today.

Braccia interecciate sotto un seno molto più florido rispetto a 12, quasi 13 anni fa. Occhi sicuramente molto più consapevoli ma che mantengono quella scintilla. Solo il sorriso è rimasto lo stesso.
Osserva le navi che vanno e vengono. Ne ha prese tante di quelle da un anno a questa parte ma, ovviamente, è stato sempre per ritornare. Radici o catene l'ha tengono ancora su Greenfield? Forse nessuna delle due cose. Forse la parola giusta è: legami. La parola giusta che cercava anche con Meng in una discussione di diverso tempo fa. Una piccola parte di lei invidia la libertà di Ryan Baker. Quando sono andati insieme in moto le è sembrato che non ci fosse nulla al mondo per lui se non la più totale libertà nascosta nella velocità impazzita e che per raggiungere quella libertà e quella velocità serva per forza lasciarsi dietro tante cose, tante persone. Non può fare a meno di chiedersi se ci sia qualcuno che riesce a tenere il suo passo e se qualcosa può competere con quella botta di adrenalina che può diventare una droga pesante, che può arrivare a fare male. Ma, infondo, quella era solo una moto.

Ha trovato nuovi modi, nel corso del tempo, tutti suoi per volare via.
Vola via ogni volta che legge una poesia.
Vola via ogni volta che inventa una storia.
Vola via ogni volta che fa l'amore con Emile.

Avverte un brivido lungo la schiena. Le sue ali che sembrano fremere. Prima o poi forse seguiranno davvero un vento che la porterà lontano e per tanto tanto tempo. Forse. Ma come un colibrì che usa la stessa energia sia per volare in avanti che per tornare indietro. Una grande prodezza per uno dei piccolissimi di Madre Natura. Tutto si riduce a questo: andare avanti, indietro o rimanere fermi in un volo stazionario. In tutti e tre i casi l'uccellino vive e magari è felice ma tienigli bloccate le ali e lui morirà in poco tempo. Togli a Lei la possibilità di scegliere, toglile la libertà di essere quello che è e farà lo stesso.

Volta le spalle allo spazioporto, riprendendo la via di casa. Vola all'indietro, si potrebbe dire, per tornare ai fiori che ama, a quelli di cui si nutre per stare bene. Con il suo cuore che va troppo veloce quasi volesse arrivare ai 1200 battiti, come i colibrì.




domenica 15 febbraio 2015

Nightmare before sunrise


"Ciao Gracie"
"No non ci credo! Ancora tu!"

Osserva la donna dai fluttuanti capelli neri, l'abito viola scuro che le cade addosso al corpo come una seconda pelle.

"Grace! Grace! Brutta idiota svegliati!"

Si chiama da sola, guardando in alto e pensando che è solo un sogno, che può svegliarsi, che ha lei il controllo della propria notte.

"Sei troppo stanca, non riuscirai a svegliarti. Dovresti darti meno da fare, riposarti, dormire di più."
"Non credi che sia controproducente per te darmi questi consigli?"

La Morte alza le spalle. La guarda come qualcuno che non ha nessuna fretta di fare o di andare.

Grace, intanto, nella sua stanza si rigira nel letto. L'incubo non riesce a strapparla dall'incoscienza del sonno. Le palpebre troppo pesanti per sollevarle. Pesanti di giorni che iniziano all'alba e di notti lunghe.

"Sai credo di essermi sbagliata..."
"Lo stai dicendo sul serio? Tu?"
"Si. Io. Ti ho detto che ti avrei portata via senza lasciarti il tempo di salutarli ma... le persone che ami sembrano tutte rincorrermi e forse mi prenderò prima loro che te. In ogni caso mi rendono i giochi troppo facili al contrario tuo."
"... Che vuoi dire?"
"Non mi dire che non te ne sei accorta!"

Le labbra sanguigne che ridono, mostrando denti bianchi e perfetti.

"Stupida ragazza. Non ci hai fatto caso? Meng che si caccia sempre e volontariamente nei guai. Questa volta se l'è cavata con quelle cicatrici ma la prossima... Chissà. Roland invece quante volte è finito in un ospedale? Per non parlare di Emile... Ti sei andata a scegliere qualcuno che si eccita con il pericolo, che non sembra temere nemmeno i proiettili. L'elenco sarebbe ancora molto lungo."

"..."
"Non mi dire che sei senza parole! Proprio tu! Comunque lo devo dire sai? Hai buon gusto..."

Quell'atmosfera bianca dove non c'è né sopra né sotto si trasforma nella sua camera da letto. L'indice lungo di un candore strano che va sul grigio sfiora la mascella di un Hawk addormentato.

"Non ti azzardare"

Lo dice fra i denti, quasi ringhiando ma quando prova ad afferrare quella mano, si dissolve. Si ritrova la donna dietro le spalle.

"Calma calma. Non te lo tocca nessuno. O almeno non io o almeno non ancora."

Le porta le labbra rosse all'orecchio, scostandole i lunghi capelli castani sulla spalla opposta.

"Stupida ragazza. Buoni gusti. Pessima scelta."

Lo elenca con un mormorio.

Gli occhi di Grace si riempiono della visione di loro due abbracciati, osservandosi da lontano.


"Lui non ti ama, mia cara. Ma se anche ti amasse mi chiedo come tu abbia potuto scordartelo: un giorno o l'altro, tutto il piacere e la gioia che l'amore può suscitare si pagano con la sofferenza. E più si ama intensamente e più il dolore sarà moltiplicato."

Sgrana lo sguardo che si affolla di incertezze e paure e tristezza.
La sua camera da letto viene risucchiata in un vortice e tutto ritorna bianco. La donna l'afferra per il braccio e la tira lontano prima di spingerla di nuovo contro di sé, in un passo di danza improvvisato.

"Sperimenterai l'assenza, poi i tormenti della gelosia, dell'incomprensione, infine la sensazione del rifiuto e dell'ingiustizia. Avrai di nuovo freddo fino nelle ossa e il sangue formerà dei ghiaccioli che sentirai passare sotto la pelle."

Una giravolta troppo violenta, incespica con i piedi e si ritrova a terra o quello che è: sa solo che le ginocchia nude sbattono violentemente contro quel bianco.

"Lasciami stare! Grace ti prego! Ti prego svegliati! Svegliati svegliati svegliati! Ho bisogno che ci porti via da qui!"

Urla, rannicchiandosi contro il nulla.
Lei la guarda dall'alto in basso, senza l'ombra di comprensione.

"La meccanica del tuo cuore esploderà. Ti ho impiantato io questo orologio, conosco perfettamente i limiti del suo funzionamento. Può darsi che resista all'intensità del piacere, e sarebbe già molto. Ma non è abbastanza robusto da sopportare queste pene. (*) Sarà il tuo affetto per tutti loro forse che ti porterà da me o il finale così banale, già scritto, di questo genere di cose. Comunque sarà divertente! Ci vediamo, Gracie."

Il suo inconscio rimane lì con i singhiozzi che in realtà non sono altro che respiri più profondi, morendo di freddo che in realtà non è che lo spiffero dalla finestra ed un piede scoperto, riuscendo alla fine ad alzarsi ed andarsene che in realtà non è che aprire gli occhi. Occhi stretti come quella luce che filtra dalle tapparelle e le colpisce la fronte, segno di un Sole che sta facendo capolino. Sbadiglia e quella lacrima raccoltasi all'angolo scivola giù perdendosi su metà guancia. Si guarda pigramente intorno, si gira sul fianco e accantona tutto come un incubo appena prima dell'alba.

"Ah si come fosse vero"


(*): Mathias Malzieu - La meccanica del cuore







venerdì 30 gennaio 2015

Sulla morte, senza esagerare



“Ciao Gracie
“Nessuno mi chiama così”
“No, infatti. Non da quando è morto tuo Nonno almeno”
“...”
“L'ho portato via troppo presto, non è vero? Era un bell'uomo. Molto fiero.”
“Portato via?”
“Oh si...”
“Ma chi sei tu?”

La donna scoppia a ridere. E' bella da togliere il fiato ed ha occhi innaturalmente viola.

“Oh Gracie, ci conosciamo da tanto tempo. Ti ho osservata sai? Il modo in cui ostinatamente ti sei sempre messa in mezzo fra me e le persone che volevo. E' per la tua ostinazione che ti ho lasciata vincere tanto spesso.”
“Senti bella non so quale sia il tuo problema ma io non ne voglio sapere niente.”

Alza le mani, fa per andarsene. Ma andarsene dove? Non ci sono strade, non c'è nemmeno un pavimento quando abbassa lo sguardo.

“E' questo il bello. Non puoi sfuggirmi, Grace Sullivan”

Si ritrova quel mormorio sulle labbra mentre l'altra le insinua le dita lunghe fra i capelli e sfiora il naso con il suo.

“Sono indispettita dalla tua famiglia: troppi medici. E poi sei arrivata tu... e ho sperato davvero che te ne andassi in giro per il 'Verse, seguendo un qualche amore magari e invece no. Hai deciso di rimanere e di imparare e di diventare un dottore. Che noia.”
“Mi dispiace di aver disatteso alle tue aspettative.”
“Non essere sarcastica con me, Grace Sullivan”

Le tira i capelli, costringendola ad alzare il mento ed esporre il collo.

“Che cosa vuoi?”
“Voglio te, Gracie”
“Beh mi dispiace, la cosa non è reciproca”
Ah si come fosse vero

Un soffio e la bacia, con una violenza tale che se non fosse per quei capelli tirati avrebbe fatto un passo indietro.

“Il tuo tempo sta per scadere. Lo avverto in ogni battito del tuo cuore. Ticchetta come un orologio.”
“Sto bene”
“Puoi raccontare queste balle a chi vuoi ma non a me.”

Si irrigidisce e la spinge via. L'altra molla la presa.

“Ne sei consapevole anche tu. Il tempo ti sfugge via, mia cara. E quel lieto fine che tanto sogni, con qualcuno accanto non lo avrai mai.”
“Perché allora non mi porti via adesso?”
“Adesso è troppo presto. I giochi non sono ancora finiti.”
“Se è un gioco tu non vincerai”
“ Alla fine io vinco sempre! Per questo mi diverto tanto. Adoro questo lato di te, Grace. Cerchi il controllo di tutto. Pianifichi senza accorgertene ed il fatto di non poter controllare la tua morte ti fa impazzire più della cosa stessa.”
“...”
“Perché non ti lascerò il tempo di salutarli.

Un sussurro sull’orecchio, una voce suadente che è una promessa più che una minaccia perché non c’è aggressività, solo un dato di fatto.

Nessuno di loro. Non Roland, non Meng, non Willy, non Emile e nessuno dei rancheri. Non potrai dire addio alla tua famiglia. Non potrai scrivere a quelli che non vedi più augurandogli il meglio. Non dirai ti amo a nessuno di loro. Ci vediamo presto, Grace

Si sveglia di soprassalto, alla ricerca di aria. Una mano al petto con tanta violenza da graffiare la pelle con le unghie quando lo stringe, neanche volesse arrivare direttamente a quel cuore che urla disperato per una tachicardia furiosa. Un sudore gelido che si ghiaccia al centro della schiena bianca.

Si alza dal letto, incespicando fra le tante, troppe coperte.

Anche i sogni di Grace sono storie da raccontare, non la lasciano solo con sensazioni al risveglio ma con immagini vivide. Sono incubi che prendono forma, colore, sostanza. Sono incubi che parlano.  Tossisce. Le dita alle labbra gonfie, come fossero state morse. Un vago sapore ferroso in bocca.

Trova il modo di accendere la luce e con gli occhi che ancora fanno fatica a vedere va al suo cassetto. Cerca qualcosa con frenesia. Trova il foglietto, lo stringe nel pugno. Studia il proprio riflesso pallido.

Non s'intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata ad uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.


Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.

Chi ne afferma l'onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.


La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.

Invano scuote la maniglia
d'una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.
(*)


Recita la poesia. E la sua preghiera. E la sua rassicurazione. E' un gioco e lei vince con ogni respiro, con ogni nuovo passo. Sorride. La sua immagina le sorride di rimando. E in quel momento, solo un secondo, è un attimo, un sorriso ma Grace si sente immortale. Non ha paura. Nessuno può portarle via tutto quello che ha già fatto. Non permetterà al germe di quella paura di troncarle le gambe. Il suo cuore continuerà a correre, forse avrà l'affanno ma lei non ha intenzione di fermarsi.

"Ah si, come fosse vero"

(*): "Sulla morte, senza esagerare" - Wislawa Szymborska

mercoledì 24 dicembre 2014

Fra digiuno e scorpacciate di affetto

A few days ago...

Nel buio apre gli occhi di scatto. Il dolore alla gamba torna improvviso così tanto da strapparla all'incoscienza che si era riuscita a regalare dopo minuti e minuti a rigirarsi fra le lenzuola.
Non è in camera sua ma nell'infermeria del ranch. Sono le narici a ricordarglielo per quell'odore di pulito, di ambiente sterile. Gira appena il viso, la guancia preme su un cuscino troppo duro. Sul lettino singolo vicino c'è Emile. E' rimasta anche se hanno discusso, anche se entrambi hanno fatto incosapevolmente gli stronzi, anche se lei ha alzato la voce. E' rimasta perché ha detto che non l'avrebbe lasciato solo, che se avesse sentito male alle ferite doveva svegliarla. Disposta a dargli più antidolorifici e a cantargli una ninnananna per farlo addormentare ma lui non l'ha chiamata, non la chiama.

"Emile... dormi?"

Lo chiede con un filo di voce che pur se lui fosse sveglio, non riuscirebbe comnque a sentirla.
Si passa le mani sul viso.
Imparano a conoscersi ma non riescono ancora a capirsi. Lui lo ha detto con una frase ironica che in un momento diverso l'avrebbe fatta ridere e che ora non riesce a ricordare per cui non può nemmeno sorriderci sopra. 

Si è sentita male e dannatamente ridicola. E arrabbiata. Arrabbiata da voler mettere un muro fra lui e lei per togliergli ogni potere di farle del male perché non è riuscita a farsi scivolare addosso quello che ha detto. L'ha trattata da puttana. Senza volerlo ma lo ha fatto. Lei che non ha bisogno di braccia di uomo o di donna a proteggerla, che non ha bisogno delle mani di nessuno per sentirsi meno sola. Che si è imposta un letto vuoto e l'astinenza che ne consegue. Lui non la conosce e forse è anche colpa sua perché non riesce a lasciarsi andare. Nessuno, comunque, avrebbe il diritto di giudicare il modo in cui ha deciso di rimettere insieme i propri pezzi. Non lo ha permesso nemmeno a Gray, una delle poche cose che non gli ha permesso di fare con lei. Ridicola. 


Sapere a chi e quanto dare affetto. E' una cosa che non riesce ancora ad imparare. Alterna m
omenti di totale digiuno ad intere scorpacciate in cui si ritrova ancora capace di slanci di apertura verso il prossimo.

Quando torna a camminare senza l'aiuto della stampella va dritta all'albero di Natale in salone. Legge i biglietti dei suoi rancheri.

Cazzo, ragazzi, non potreste essere più materialisti? Come faccio a regalarvi la pace nel 'Verse?

Sbuffa. Un pensierino ad Aura e alla sua clinica, intanto, perché una donazione non fa mai male.

Trascina Hawk fino al mercato di Oak Town. Entrano insieme nella piccola bottega del giocattolaio. Un luogo magico, nascosto in quelle viuzze che lei conosce a memoria e potrebbe percorrere ad occhi chiusi. Il giocattolaio è un amico, è da lui che compra i regali per i suoi tre nipoti. Ha mani d'oro in quello che fa. E' il migliore di tutta la contea. Una volta gli ha chiesto perché proprio i giocattoli e lui gli ha risposto che era un bel modo per portare la magia nella vita dei bambini e che è un modo per non farli sentire soli, i bambini. Lei aveva solo una bambola da piccina. Una bambolina di pezza fatta a mano, con bellissimi capelli rossi e occhietti vispi con la testa troppo grande dato che, dopo uno sfortunato incidente con il loro cane, ha deciso di riparlarla, di "guarirla" da sola. Non sa ancora che Emile la mattina del 24 le farà trovare una scatola con una bamboletta del tutto simile e che la chiamerà Polly perché le piace dare i nomi alle cose per sentirle più sue.
Regala a lui il modellino di una nave spaziale perché una vera non può proprio comprargliela ma può aiutarlo a dare forma a quel desiderio, strappargli un sorriso magari. Non pretende poi molto.

Meng. Oh Meng.  Lei che le ha regalato un anellino placcato in oro con la forma di un'ala e che dimostra di conoscerla bene. Quante cose vorrebbe dirle? Tante. Ogni tanto crede che potrebbe andare da lei e confessarsi. Funziona così con i pastori? Potrebbe accogliere nel suo cuore le confessioni del mio? Ma ha una bocca pallida che si ostina a tacere con tutti. Come te lo dico, Meng, che non sei l'unica ad avere difficoltà ad esprimersi, a parlare? Se potessimo farlo tenendo la bocca chiusa? Inventerò una storia su questo. Una favola. Nella sua camera da letto inizia a ricopiare con l'inchiostro nero una poesia perché forse potrà aiutare l'altra a trovare ispirazione, perché forse la aiuterà a trovare le parole per far tornare la fede nella vita, in sé stessi. In Dio no, perché non pretende tanto da quel dono. Un dono che le affida una parte di Grace, quella più nascosta e insicura e fragile e leggera.

Sei greve quanto la terra che ti attira
Leggera quanto un battito d’ali
.
 Viva quanto il tuo cuore palpita
Giovane quanto i tuoi occhi vedono lontano.
Buona quanto quelli che ami
Cattiva quanto quelli che odi.

 Sia quel che sia, il tuo colore
È quello che vede chi ti sta di fronte.
Non considerare guadagno ciò che vivi:
Sei vicina alla fine quanto vivi
Quantunque tu viva
La tua vita è quanto hai amato.
 Sei felice quanto puoi ridere
Non rattristarti
Sappi che riderai quanto hai pianto

Non credere che tutto sia finito
Sarai amata quanto tu hai amato.
È nel nascere del sole
Il valore che ti da la natura
E quanto dai valore a chi hai di fronte,
Sei umana.
Se un giorno dirai bugie
Lascia che chi hai di fronte creda per quanto ha fiducia in te.
La nostalgia che si ha per l’innamorato è nel raggio
Di luna
E per quanto hai nostalgia per l’innamorato
Sei vicina al tuo amore.
Ricorda!
Sei bagnata quanto la pioggia che cade
Calda quanto il sole scalda.
Sola, tanto quanto ti senti sola
E forte quanto ti senti forte.

Bella, quanto ti senti bella.
Ecco, è questa la vita!
Ecco vivere è questo.
Vivrai tanto quanto ti ricorderai di questo,
nel momento in cui lo dimenticherai
sentirai freddo quanto ogni respiro che prendi
e, come dimenticherai chi hai di fronte
sarai in fretta dimenticata.

Il fiore è bello quanto è annaffiato
Gli uccelli piacevoli quanto riescono a cantare
Il bambino è bimbo quanto piange
E tutto lo sai quanto lo hai imparato.
Impara anche questo,
sei amata quanto ami. (*)

E quando lei gli consegna il foglio, di notte, al freddo di una serata in cui nevica, in mezzo alla radura dove il Black Oak ha deciso di fermarsi per il viaggio a Jasonville, Meng le mima un grazie e la bacia sulla fronte e a lei basta questo anche se non ha idea di che cosa l'altra ne pensi.


Scorpacciate di affetto, appunto. Regali e bei pensieri. Buoni propositi per il prossimo anno. E ti voglio bene non detti ma dimostrati.
E poi... digiuno.

Si trova a discutere con Emile, di nuovo
Ad alzare la voce, di nuovo.
Lui la tratta da stronza senza possibilità d'appello, di nuovo.
Lei non se lo merita. O forse si, di nuovo.
Lui la ferisce, di nuovo.
Lui dà un ultimatum alle sue paure e la perde prima ancora di averla. Come ogni animale messo alle strette, lei attacca e poi scappa. Lui ha parole troppo dure, ha troppa irruenza, non ha comprensione e non ha clemenza e lei non gli darà più modo di farle del male, di giudicare quello che lui non sa, quello che lei ha cercato di spiegargli. Non possono capirsi e le va bene.

Una sorpresa. Una videochiamata. Un cuore che soffre o riprende a cantare. Un muso e una faccia diversi ma sempre gli stessi. Cose che non cambiano mai. E campanelli e risate graffiate. Un posto da raggiungere. Una valigia da preparare prima di cambiare idea.


(*) Can Yucel: Ogni cosa è celata in te


mercoledì 22 ottobre 2014

Ultimo brindisi

Si lascia avvelenare. Dalla propria rabbia, dal proprio odio, dal proprio amore e dall’alcol ovviamente. Beve a stomaco vuoto. Ogni goccia rimbomba, producendo un eco che la scuote dall’interno. Voglio solo dimenticare. Elizabeth capisce, le dice che potranno bere tanto da dimenticarsi il proprio nome. Non mi basta, Beth, devo scordarmi tutte le parole, tutte quelle che ho sempre usato, tutte quelle che ho inventato.

Meng le dice di smettere di bere. Beth le dice che deve mangiare. Non può fare nessuna delle due cose probabilmente. Ci proverà, forse, non lo sa.
Dorme con Elizabeth quella sera, nella sua stanza al Red Queen. Le si stringe contro nel sonno, senza volerlo, si addormenta rigirando fra le dita una ciocca dei suoi capelli rossi.
Dorme tantissimo. Continua a dormire anche quando ha recuperato tutte le energie.
Odiarlo è la cosa che più mi sfinisce...

Anche Nicole capisce. Dopo che le ha spiegato perché il proprio volto rivela una bellezza più spigolosa, lineamenti più decisi, zigomi più netti perché le guance hanno perso la loro morbidezza naturale.

“Ma che cazzo hai combinato?”
“Ho lo stomaco chiuso ultimamente, sarà che sto ancora digerendo il tradimento di quel bastardo”

Non insiste sul dirle di mangiare. Si regalano, alla fine, un momento di pace insieme. Tanto tanto vino. Una bottiglia e una mela a testa. Dimenticare.

Un ultimo sorso. Un ultimo brindisi. E poi basta. Dimenticare.

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all'inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.(*)

(*)"Ultimo brindisi" - Anna Achmatova

mercoledì 8 ottobre 2014

Miracles


“Corri Flame Corri!”

Lei comanda e il cavallo obbedisce. Sono lanciate in una corsa che le imperla tutte e due di sudore. L’aria immobile della sera diventa vento che le sferza il volto e la schiaffeggia. Una cavalcata più che imprudente dato che non rallenta neanche quando devono attraversare l’Abram’s Bridge. Prova una fiducia cieca non nelle sue doti di cavallerizza quanto nell’abilità del suo esemplare di Appaloosa che sembra capire l’urgenza di quel corpo teso sopra di lui.

Con la fortuna della nostra famiglia partorirà mentre il meteorite sta per schiantarsi.

Non proprio ma quasi. Mentre lei corre a casa sua, dalla sua famiglia, la Marina, l’equipaggio della Last Dance e quell’incosciente di suo marito stanno andando verso il Meteorite per distruggerlo.

La grande Casa ha tutte le luci illuminate e lei smonta quando Flame non si è ancora fermata del tutto.

“Zia... La mamma!”
“Non ti preoccupare Colin. Ci pensiamo io ed il nonno alla mamma. Ricordi cosa ti dico sempre? Ognuno ha il suo compito. Tu devi prenderti cura di Flame, adesso. Capito?”

Poggia le mani su quelle magre del nipote, leggendo tutte le paure dei suoi pochi anni mentre le annuisce convinto.

“Andrà tutto bene” E mentre dice queste tre parole capisce di star facendo una promessa che non è certa di poter mantenere.

“Papà!”
Richiama dall’ingresso. Sente i rumori e le urla provenire dal piano di sopra.
“E’ già in travaglio Grace. Tua madre ha portato via Danny.”
“Non è stata una gravidanza facile... non sarà un parto facile.”

Il padre annuisce. Infondo queste regole gliele ha insegnate lui.

Sale le scale e raggiunge la grande camera da letto.
Allison è stesa, una mano sull’addome pregno e una in quelle immense di Christopher che sembrano chiuse in un gesto di preghiera. Ciocche di capelli biondi appiccicate alle tempie e alla fronte. L’espressione sofferente.

“E’ colpa mia Grace! Perché sono voluta uscire e ora sto perdendo la bambina!”
“Non dire stronzate cara. Non è colpa tua ed io non permetterò che succeda niente alla piccola. Chris aiuta papà a portare l’acqua e gli asciugamani.”

Ha la voce ferma e gentile allo stesso tempo.
Appena i due uomini escono dalla tasta si avvicina alla cognata. Il lenzuolo sopra di lei che ne copre in parte la nudità, le coperte sotto diventate rosse.

“Grace... fai tutto per far star bene la bambina. Ti prego. Pensa prima a lei e poi a me”
“Per pensare a lei devo pensare a te. Tua figlia è come tutti i Sullivan, non le piace adeguarsi troppo alla tradizione e se ne sta uscendo con i piedi davanti. Ora la devo girare. Farà male ma poi andrà tutto molto meglio. Devo farlo subito perché non abbiamo tanto tempo.”

Giusto il tempo di lavarsi con cura fino al gomito e infilare i guanti sterili praticamente.

Tutto quello che viene dopo è fatto di manovre dettate dall’esperienza, da troppi asciugamani che devono essere cambiati, da sofferenza e preoccupazione mescolate insieme ma Lei di questo non sente niente. Lavora e basta. Dà ordini persino al padre.

“Ci siamo Ally. Un’ultima spinta solamente”

Un’altra mezza promessa che non sa se può mantenere ma vede in quel volto stanchissimo il bisogno di sapere che presto potrà riposarsi. Finalmente quella nuova vita viene al Mondo con un grido che qualche secondo dopo frantuma l’aria, appena le libera le vie respiratorie. Si esibisce nel primo pianto appena viene reciso il cordone ombelicale.

“Ciao meraviglia…” Le mormora, pulendola appena con un panno. “Lo so che nessuno te l’ha chiesto di venire qui da noi ma ormai ci sei. Vedrai che sarà tutto molto divertente.” Parla piano e si perde. Lo ammetterà a sé stessa più tardi ma Grace si perde e si scorda del ‘Verse, si scorda del Meteorite, si scorda dei cavalli pazzi, si scorda di quel ferito che Meng ha raccattato nei loro campi mentre conta il numero delle dita della neonata. Cinque. Cinque. Cinque. Cinque. Perfetta. Si riscuote solo quando viene chiamata. Mostra la figlia ai genitori. Entrambi le sorridono. Allison che ha perso tanto sangue ha ancora la forza di regalare il suo sorriso prima di lasciarsi andare.

“Rimango io con lei. Tu va’”

Ognuno ha il suo compito.
Stringe la nipotina fra le braccia, cambiando stanza per avere la tranquillità di medicarla e farle il primo bagnetto.  Ci sarà tempo dopo per fare le presentazioni ufficiali.
Infila alla piccola il pigiamino che le ha confezionato la nonna prima di lasciarla fra le braccia esperte del fratello.

Sospira. La mano ciondola lungo il fianco e sente la protuberanza dentro la tasca. Il cpad. Se ne era dimenticata. Lo controlla, convinta di trovarci un nuovo messaggio di Garcia e invece è il contatto di Sebastian. Quante ore sono passate da quando è stato inviato? Le gambe le stanno per cedere. No, le cedono. Le ginocchia impattano contro il pavimento di legno.

Ti amo. Ricordati sempre questo, anche se le cose non dovessero andare per il verso giusto.

Un pugno dritto nello stomaco. Il messaggio le porta via tutta l’aria. L’angoscia è così forte che per un momento il senso di panico la priva di ogni senso. Le lacrime le affollano gli occhi e non vede. Il rombo del proprio cuore disperato le tambura nelle orecchie e non può sentire.

Rimane per terra e inizia a chiamare la sua frequenza. Niente. Riprova. Niente. Riprova. Niente.

“Avanti fottuto affare!” Riprova. Niente. Riprova. Niente. Riprova riprova riprova. Niente niente niente.

Chris la trova così. Ad imprecare contro un cortex pad che non ha colpe mentre lacrime bollenti di frustrazione le rigano le guance.

“Grace che è successo?!”
“Questo coso non funziona! Perché non funziona? Prestami il tuo! Forza dammelo!”
Trova la colpa ovunque senza ragionare, senza logica. Sta anche per lanciarlo contro il muro quando il braccio le viene bloccato dall’uomo. Della donna forte di prima non vi è più traccia alcuna. Ne è rimasto l’eco nella stanza affianco ma nel corridoio c’è solo una moglie preoccupata per la vita del marito.

Riesce a raccontare a mozzichi e bocconi quello che è successo. O almeno crede di farlo ma dall’espressione confusa del fratello è possibile che in realtà stia solo piangendo senza dire nulla. Non lo sa nemmeno lei.
L’abbraccia e la porta in camera da letto. Le rimane vicino mentre per ore e ore continua a chiamare una linea irraggiungibile. E’ solo la luce che filtra dalla finestra a farle capire quanto tempo è passato. Si volta. Chris dorme. Tutta la casa dorme probabilmente dato il silenzio. Poi un pianto leggerissimo, il rumore di vagiti.
Si alza piano. Cammina con un passo pesante di stanchezza fino alla porta socchiusa. Allison dorme nel letto che è stato rifatto. George si è addormentato sulla poltrona, facendo la veglia alla nuora.
Si avvicina alla culla prende in braccio quel bocciolo dalle guance arrossate e gli occhi sorprendentemente aperti, spalancati che la fissano in modo curioso. Sembra chiederle se magari si sono già incontrate. Sembrano salutarla.

Le sfiora una manina con l’indice prima di prenderla in braccio.
“Shhhh... Lasciamoli riposare” Le dice, quasi con complicità tornando sul letto dove il fratello russa sonoramente.
Si sistema con la schiena sui cuscini, cullandola per farla addormentare. La osserva respirare, socchiudere gli occhi.

Non credere ai grandi miracoli, che sono solo fumo negli occhi per persone che hanno bisogno di illusioni. Credi in quelli che ti sembrano piccoli, che fanno parte della vita di tutti i giorni.
Io credo nei miracoli che posso abbracciare. Credo in te, che sei nata lottando. Credo in Gray che ha avuto il pensiero per scrivermi. Lui, il mio Amore, il miracolo che posso abbracciare. Lo abbraccerò di nuovo.

Appena questa intima convinzione riesce a passarle dal cuore alla mente lei scivola in un sonno che ha il sapore di una semplice tregua e non di pace. Una speranza sulle labbra e un miracolo fra le braccia.