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domenica 14 dicembre 2014

Preghiera

Fammi essere forte.
Forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e fibra.
Fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi.
A sapere dove e a chi dare
.
A riempire i brevi momenti e le chiacchiere casuali di quell’infuso speciale di devozione e amore che sono le nostre epifanie. A non essere amara.
Risparmiamelo il finale, quel finale acido, citrico, aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole.
(*)


 Prega. Di notte. Da sola. Perché con il buio è sempre più difficile. Prega ma non sa a chi indirizzare quelle parole. Avverte la solitudine della sua mancanza di fede. Se sentisse la presenza di Dio, della sua misericordia, della sua comprensione allora starebbe meglio. Ma non c'è niente lì, nel buio. I fantasmi sono tornati a nascondersi nelle ombre della sua camera da letto. Prega sé stessa di non farsi sopraffare, di nuovo, dalla disperazione dell'essere lasciata. Le persone se ne sono andate. Altre continuano ad andarsene. Addii che con la morte non c'entrano niente. Addii che sono scelte. Si chiede perché sia così facile decidere di andarsene. Lei ricorda tutti quelli che se ne vanno. Prima o poi il peso dei ricordi sarà così grande da impedirle di andare avanti. Non ancora però e prega che quel giorno non arrivi presto. Prega per avere sempre la forza di ricominciare. La forza di ritrovarsi anche se continua a perdersi. Prega che anche il proprio corpo sia forte, che il cuore malato non si spezzi una volta per tutte. Imparare a non dare Affetto. Imparare a capire a chi darlo, a chi darsi e allo stesso tempo, non cedere alla versione oscura e cinica di sé. Qualcuno le risparmi quel finale. Qualcuno le risparmi l'aspro veleno che si mescola al sangue delle donne buone, piene d'amore e di passione, abbandonate.














(*): Sylvia Plath - Diari 

mercoledì 5 novembre 2014

5 Poesie nel cassetto

Una serata a cercare i colori. Mi ricorda qualcosa...


Girerò per le strade finché non sarò stanca morta
saprò vivere sola e fissare negli occhi
ogni volto che passa e restare la stessa.
Questo fresco che sale a cercarmi le vene
è un risveglio che mai nel mattino ho provato
così vero: soltanto, mi sento più forte
che il mio corpo, e un tremore più freddo
accompagna il mattino.

Son lontani i mattini che avevo vent'anni.

Domani uscirò per le strade,
ne ricordo ogni sasso e le striscie di cielo.
Da domani la gente riprende a vedermi
e sarò ritta in piedi e potrò soffermarmi
e specchiarmi in vetrine. I mattini di un tempo,
ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo
di esser io che passavo-una donna, padrona
di se stessa.
La magra bambina che fui
si è svegliata da un pianto durato per anni
ora è come quel pianto non fosse mai stato


E desidero solo colori. I colori non piangono,
sono come un risveglio: domani i colori
torneranno. Ciascuna uscirà per la strada,
ogni corpo un colore-perfino i bambini.
Questo corpo vestito di rosso leggero
dopo tanto pallore riavrà la sua vita.
Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi
e saprò d'esser io: gettando un'occhiata,
mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,
uscirò per le strade cercando i colori. (*)


(*) Cesare Pavese: Agonia

lunedì 3 novembre 2014

Luce Lei e colori Loro



“Ehi ehi tu” 

Il cucciolo dagli occhi ancora blu la guarda mentre tira con i denti la manica del suo vestitino rosso, gettato alla rinfusa sul letto. 

“E’ impossibile che tu non abbia ancora sonno, lo sai?”

Chiede e nasconde uno sbadiglio. Probabilmente lo sbadiglio è così contagioso che si trasmette non solo da essere umano ad essere umano ma anche agli animali. O sarà solo la stanchezza e il fatto che è molto molto tardi ma il cane sbadiglia pure lui. 

Si stiracchia e muove appena la testa. Il volto deformato da una smorfia di fastidio. Si massaggia il collo dolorante e le ritorna alla mente il motivo di quei muscoli tesi: la notte passata a dormire in magazzino, solo a dormire, con Joe. Il suo braccio come cuscino. Ben due favole della buona notte e le sue parole. Le sue parole che le hanno riscaldato il cuore, che l’hanno fatta tornare sé stessa, che le hanno ricordato chi è anche se in queste ultime settimane si era decisamente persa di vista.
Tu...Sei come una luce abbagliante.”
“In così tanti hanno cercato di spegnermi”

Va davanti al piccolo tavolino, preparando il regalo che farà trovare a Baxter la mattina successiva: due pacchetti di sigarette. Scrive velocemente il biglietto, di getto, senza ragionarci troppo: “Uno è per tutte quelle che ti ho rubato. L’altro per tutte quelle che continuerò a rubarti. Buona giornata, Grace”

Si passa le mani sul viso. L’abbaiare di... 

“Bisogna trovarti un nome. Ma forse dovremmo dormirci su”

Scivola sotto le coperte e sistema il cucciolo ai piedi del letto, avvolgendolo con l’ abitino rosso come una coperta, lasciando che sia il suo odore impregnato nella stoffa a rassicurarlo durante quelle ore che li separano dall’alba, dal domani.
Con una carezza augura la buona notte al suo piccolo miracolo. “Quello di cui hai bisogno per tornare a stare bene.” E lei capisce che il miracolo non è solo quel cuoricino di nuova vita che le farà compagnia d’ora in avanti ma è il pensiero di tutto quello che l'ha portata a quel preciso momento. Di chi ha architettato una serata solamente per farla stare meglio. Il miracolo sono le braccia di Owen che le impediscono di frantumarsi in mille pezzi e che si ingegna per salvarla. Il miracolo è la premura di Elizabeth e i discorsi di Joe.
Il buio l’avvolge e lei non ha paura. Dovrò dire a Nicole che nel buio possono nascondersi i mostri ma anche la speranza. Pensieri sconclusionati mentre la marea la porta verso l’incoscienza del sonno. Che il nostro precipitare può essere l’occasione per i nostri amici di afferrarci e di salvarci.

Allunga le dita per sfiorare le orecchie delicate del cane prima di alzare il braccio sulla fronte fresca. Avverte il fiorellino che ha ancora attorcigliato intorno ad una ciocca scura. Sorride nell’oscurità.  

Una serata a cercare i colori. Mi ricorda qualcosa... 


mercoledì 8 ottobre 2014

Miracles


“Corri Flame Corri!”

Lei comanda e il cavallo obbedisce. Sono lanciate in una corsa che le imperla tutte e due di sudore. L’aria immobile della sera diventa vento che le sferza il volto e la schiaffeggia. Una cavalcata più che imprudente dato che non rallenta neanche quando devono attraversare l’Abram’s Bridge. Prova una fiducia cieca non nelle sue doti di cavallerizza quanto nell’abilità del suo esemplare di Appaloosa che sembra capire l’urgenza di quel corpo teso sopra di lui.

Con la fortuna della nostra famiglia partorirà mentre il meteorite sta per schiantarsi.

Non proprio ma quasi. Mentre lei corre a casa sua, dalla sua famiglia, la Marina, l’equipaggio della Last Dance e quell’incosciente di suo marito stanno andando verso il Meteorite per distruggerlo.

La grande Casa ha tutte le luci illuminate e lei smonta quando Flame non si è ancora fermata del tutto.

“Zia... La mamma!”
“Non ti preoccupare Colin. Ci pensiamo io ed il nonno alla mamma. Ricordi cosa ti dico sempre? Ognuno ha il suo compito. Tu devi prenderti cura di Flame, adesso. Capito?”

Poggia le mani su quelle magre del nipote, leggendo tutte le paure dei suoi pochi anni mentre le annuisce convinto.

“Andrà tutto bene” E mentre dice queste tre parole capisce di star facendo una promessa che non è certa di poter mantenere.

“Papà!”
Richiama dall’ingresso. Sente i rumori e le urla provenire dal piano di sopra.
“E’ già in travaglio Grace. Tua madre ha portato via Danny.”
“Non è stata una gravidanza facile... non sarà un parto facile.”

Il padre annuisce. Infondo queste regole gliele ha insegnate lui.

Sale le scale e raggiunge la grande camera da letto.
Allison è stesa, una mano sull’addome pregno e una in quelle immense di Christopher che sembrano chiuse in un gesto di preghiera. Ciocche di capelli biondi appiccicate alle tempie e alla fronte. L’espressione sofferente.

“E’ colpa mia Grace! Perché sono voluta uscire e ora sto perdendo la bambina!”
“Non dire stronzate cara. Non è colpa tua ed io non permetterò che succeda niente alla piccola. Chris aiuta papà a portare l’acqua e gli asciugamani.”

Ha la voce ferma e gentile allo stesso tempo.
Appena i due uomini escono dalla tasta si avvicina alla cognata. Il lenzuolo sopra di lei che ne copre in parte la nudità, le coperte sotto diventate rosse.

“Grace... fai tutto per far star bene la bambina. Ti prego. Pensa prima a lei e poi a me”
“Per pensare a lei devo pensare a te. Tua figlia è come tutti i Sullivan, non le piace adeguarsi troppo alla tradizione e se ne sta uscendo con i piedi davanti. Ora la devo girare. Farà male ma poi andrà tutto molto meglio. Devo farlo subito perché non abbiamo tanto tempo.”

Giusto il tempo di lavarsi con cura fino al gomito e infilare i guanti sterili praticamente.

Tutto quello che viene dopo è fatto di manovre dettate dall’esperienza, da troppi asciugamani che devono essere cambiati, da sofferenza e preoccupazione mescolate insieme ma Lei di questo non sente niente. Lavora e basta. Dà ordini persino al padre.

“Ci siamo Ally. Un’ultima spinta solamente”

Un’altra mezza promessa che non sa se può mantenere ma vede in quel volto stanchissimo il bisogno di sapere che presto potrà riposarsi. Finalmente quella nuova vita viene al Mondo con un grido che qualche secondo dopo frantuma l’aria, appena le libera le vie respiratorie. Si esibisce nel primo pianto appena viene reciso il cordone ombelicale.

“Ciao meraviglia…” Le mormora, pulendola appena con un panno. “Lo so che nessuno te l’ha chiesto di venire qui da noi ma ormai ci sei. Vedrai che sarà tutto molto divertente.” Parla piano e si perde. Lo ammetterà a sé stessa più tardi ma Grace si perde e si scorda del ‘Verse, si scorda del Meteorite, si scorda dei cavalli pazzi, si scorda di quel ferito che Meng ha raccattato nei loro campi mentre conta il numero delle dita della neonata. Cinque. Cinque. Cinque. Cinque. Perfetta. Si riscuote solo quando viene chiamata. Mostra la figlia ai genitori. Entrambi le sorridono. Allison che ha perso tanto sangue ha ancora la forza di regalare il suo sorriso prima di lasciarsi andare.

“Rimango io con lei. Tu va’”

Ognuno ha il suo compito.
Stringe la nipotina fra le braccia, cambiando stanza per avere la tranquillità di medicarla e farle il primo bagnetto.  Ci sarà tempo dopo per fare le presentazioni ufficiali.
Infila alla piccola il pigiamino che le ha confezionato la nonna prima di lasciarla fra le braccia esperte del fratello.

Sospira. La mano ciondola lungo il fianco e sente la protuberanza dentro la tasca. Il cpad. Se ne era dimenticata. Lo controlla, convinta di trovarci un nuovo messaggio di Garcia e invece è il contatto di Sebastian. Quante ore sono passate da quando è stato inviato? Le gambe le stanno per cedere. No, le cedono. Le ginocchia impattano contro il pavimento di legno.

Ti amo. Ricordati sempre questo, anche se le cose non dovessero andare per il verso giusto.

Un pugno dritto nello stomaco. Il messaggio le porta via tutta l’aria. L’angoscia è così forte che per un momento il senso di panico la priva di ogni senso. Le lacrime le affollano gli occhi e non vede. Il rombo del proprio cuore disperato le tambura nelle orecchie e non può sentire.

Rimane per terra e inizia a chiamare la sua frequenza. Niente. Riprova. Niente. Riprova. Niente.

“Avanti fottuto affare!” Riprova. Niente. Riprova. Niente. Riprova riprova riprova. Niente niente niente.

Chris la trova così. Ad imprecare contro un cortex pad che non ha colpe mentre lacrime bollenti di frustrazione le rigano le guance.

“Grace che è successo?!”
“Questo coso non funziona! Perché non funziona? Prestami il tuo! Forza dammelo!”
Trova la colpa ovunque senza ragionare, senza logica. Sta anche per lanciarlo contro il muro quando il braccio le viene bloccato dall’uomo. Della donna forte di prima non vi è più traccia alcuna. Ne è rimasto l’eco nella stanza affianco ma nel corridoio c’è solo una moglie preoccupata per la vita del marito.

Riesce a raccontare a mozzichi e bocconi quello che è successo. O almeno crede di farlo ma dall’espressione confusa del fratello è possibile che in realtà stia solo piangendo senza dire nulla. Non lo sa nemmeno lei.
L’abbraccia e la porta in camera da letto. Le rimane vicino mentre per ore e ore continua a chiamare una linea irraggiungibile. E’ solo la luce che filtra dalla finestra a farle capire quanto tempo è passato. Si volta. Chris dorme. Tutta la casa dorme probabilmente dato il silenzio. Poi un pianto leggerissimo, il rumore di vagiti.
Si alza piano. Cammina con un passo pesante di stanchezza fino alla porta socchiusa. Allison dorme nel letto che è stato rifatto. George si è addormentato sulla poltrona, facendo la veglia alla nuora.
Si avvicina alla culla prende in braccio quel bocciolo dalle guance arrossate e gli occhi sorprendentemente aperti, spalancati che la fissano in modo curioso. Sembra chiederle se magari si sono già incontrate. Sembrano salutarla.

Le sfiora una manina con l’indice prima di prenderla in braccio.
“Shhhh... Lasciamoli riposare” Le dice, quasi con complicità tornando sul letto dove il fratello russa sonoramente.
Si sistema con la schiena sui cuscini, cullandola per farla addormentare. La osserva respirare, socchiudere gli occhi.

Non credere ai grandi miracoli, che sono solo fumo negli occhi per persone che hanno bisogno di illusioni. Credi in quelli che ti sembrano piccoli, che fanno parte della vita di tutti i giorni.
Io credo nei miracoli che posso abbracciare. Credo in te, che sei nata lottando. Credo in Gray che ha avuto il pensiero per scrivermi. Lui, il mio Amore, il miracolo che posso abbracciare. Lo abbraccerò di nuovo.

Appena questa intima convinzione riesce a passarle dal cuore alla mente lei scivola in un sonno che ha il sapore di una semplice tregua e non di pace. Una speranza sulle labbra e un miracolo fra le braccia.


mercoledì 1 ottobre 2014

3 Poesie nel cassetto

 "A volte, a volte mi sfiora questo pensiero. L'idea di te e di noi, l'idea che non sia il nostro primo incontro, l'idea che fossimo destinati a trovarci ed amarci perché era già successo in passato e che accadrà ancora."

Le parole di Sebastian mi cullano ancora. Con l'orecchio appoggiato sul suo petto, il suo cuore sonnolento dopo aver fatto l'amore mi suona una canzone di vita e di speranza. Non ho bisogno del lenzuolo a coprire la mia nudità. No, non per pudore. Fra me e mio marito di pudore probabilmente non ce n'è mai stato. Sarà perché ha visto ogni centimetro di me e lo ha amato. Forse dal primo momento. Sarà che non ho mai preteso di essere la donna più bella del 'Verse ma lui mi ci fa sentire. Sarà che guarda il mio corpo come si legge la propria poesia preferita. Con estasi. Ha la temperatura del corpo perennemente alta così gli avvicino i piedi gelati alla gamba senza sensi di colpa. Mi riscalda e credo che perderò l'abitudine di dormire sotto le coperte, ora che c'è Lui a proteggermi dai mostri. Perché è così che funziona, non lo sapete? Fatevelo spiegare dai bambini, i miei nipoti me lo ricordano sempre quando gli do la buonanotte: che i mostri riescono a prenderti solo se dormi scoperto e che non c'è miglior scudo di una copertina ben rimboccata. E guai a far ciondolare un braccio fuori dal materasso! Allora quando lancio un'occhiata al piede di Gray che finisce inevitabilmente fuori dal perimetro del letto un po' troppo piccolo per lui, penso che si, è davvero coraggioso. 

Lui ha così tanta fede. Ed io? Penso che varrebbe la pena, rifarsi tutto questo sbattimento di vita e morte e rinascista solo per incontrarlo ancora. L'idea mi piace. Non che io abbia capito molto bene come funzioni. A me il destino piace chiamarlo necessità. Era necessario che accadesse tutto quello che ci è accaduto: sia a me che a lui. Che tutto quello che abbiamo fatto era un passo verso questo preciso momento. Che due persone o due anime, alla fine si trovano. 




Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E' bella una tale certezza
ma l'incertezza è più bella

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla tra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno "scusi" nella ressa?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
si scansava con un salto

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volo via
da una spalla a un'altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell'infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito,
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.
(*)

(*)Wislawa Szymborska - Amore a prima vista