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venerdì 30 gennaio 2015

Sulla morte, senza esagerare



“Ciao Gracie
“Nessuno mi chiama così”
“No, infatti. Non da quando è morto tuo Nonno almeno”
“...”
“L'ho portato via troppo presto, non è vero? Era un bell'uomo. Molto fiero.”
“Portato via?”
“Oh si...”
“Ma chi sei tu?”

La donna scoppia a ridere. E' bella da togliere il fiato ed ha occhi innaturalmente viola.

“Oh Gracie, ci conosciamo da tanto tempo. Ti ho osservata sai? Il modo in cui ostinatamente ti sei sempre messa in mezzo fra me e le persone che volevo. E' per la tua ostinazione che ti ho lasciata vincere tanto spesso.”
“Senti bella non so quale sia il tuo problema ma io non ne voglio sapere niente.”

Alza le mani, fa per andarsene. Ma andarsene dove? Non ci sono strade, non c'è nemmeno un pavimento quando abbassa lo sguardo.

“E' questo il bello. Non puoi sfuggirmi, Grace Sullivan”

Si ritrova quel mormorio sulle labbra mentre l'altra le insinua le dita lunghe fra i capelli e sfiora il naso con il suo.

“Sono indispettita dalla tua famiglia: troppi medici. E poi sei arrivata tu... e ho sperato davvero che te ne andassi in giro per il 'Verse, seguendo un qualche amore magari e invece no. Hai deciso di rimanere e di imparare e di diventare un dottore. Che noia.”
“Mi dispiace di aver disatteso alle tue aspettative.”
“Non essere sarcastica con me, Grace Sullivan”

Le tira i capelli, costringendola ad alzare il mento ed esporre il collo.

“Che cosa vuoi?”
“Voglio te, Gracie”
“Beh mi dispiace, la cosa non è reciproca”
Ah si come fosse vero

Un soffio e la bacia, con una violenza tale che se non fosse per quei capelli tirati avrebbe fatto un passo indietro.

“Il tuo tempo sta per scadere. Lo avverto in ogni battito del tuo cuore. Ticchetta come un orologio.”
“Sto bene”
“Puoi raccontare queste balle a chi vuoi ma non a me.”

Si irrigidisce e la spinge via. L'altra molla la presa.

“Ne sei consapevole anche tu. Il tempo ti sfugge via, mia cara. E quel lieto fine che tanto sogni, con qualcuno accanto non lo avrai mai.”
“Perché allora non mi porti via adesso?”
“Adesso è troppo presto. I giochi non sono ancora finiti.”
“Se è un gioco tu non vincerai”
“ Alla fine io vinco sempre! Per questo mi diverto tanto. Adoro questo lato di te, Grace. Cerchi il controllo di tutto. Pianifichi senza accorgertene ed il fatto di non poter controllare la tua morte ti fa impazzire più della cosa stessa.”
“...”
“Perché non ti lascerò il tempo di salutarli.

Un sussurro sull’orecchio, una voce suadente che è una promessa più che una minaccia perché non c’è aggressività, solo un dato di fatto.

Nessuno di loro. Non Roland, non Meng, non Willy, non Emile e nessuno dei rancheri. Non potrai dire addio alla tua famiglia. Non potrai scrivere a quelli che non vedi più augurandogli il meglio. Non dirai ti amo a nessuno di loro. Ci vediamo presto, Grace

Si sveglia di soprassalto, alla ricerca di aria. Una mano al petto con tanta violenza da graffiare la pelle con le unghie quando lo stringe, neanche volesse arrivare direttamente a quel cuore che urla disperato per una tachicardia furiosa. Un sudore gelido che si ghiaccia al centro della schiena bianca.

Si alza dal letto, incespicando fra le tante, troppe coperte.

Anche i sogni di Grace sono storie da raccontare, non la lasciano solo con sensazioni al risveglio ma con immagini vivide. Sono incubi che prendono forma, colore, sostanza. Sono incubi che parlano.  Tossisce. Le dita alle labbra gonfie, come fossero state morse. Un vago sapore ferroso in bocca.

Trova il modo di accendere la luce e con gli occhi che ancora fanno fatica a vedere va al suo cassetto. Cerca qualcosa con frenesia. Trova il foglietto, lo stringe nel pugno. Studia il proprio riflesso pallido.

Non s'intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata ad uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.


Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.

Chi ne afferma l'onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.


La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.

Invano scuote la maniglia
d'una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.
(*)


Recita la poesia. E la sua preghiera. E la sua rassicurazione. E' un gioco e lei vince con ogni respiro, con ogni nuovo passo. Sorride. La sua immagina le sorride di rimando. E in quel momento, solo un secondo, è un attimo, un sorriso ma Grace si sente immortale. Non ha paura. Nessuno può portarle via tutto quello che ha già fatto. Non permetterà al germe di quella paura di troncarle le gambe. Il suo cuore continuerà a correre, forse avrà l'affanno ma lei non ha intenzione di fermarsi.

"Ah si, come fosse vero"

(*): "Sulla morte, senza esagerare" - Wislawa Szymborska

mercoledì 26 novembre 2014

Legami



Devo fare piano... Piano...

Bum. Sbatte il ginocchio.
Porca troia ma da quando c’è una sedia qui?

Più o meno da sei, sette mesi. Ha gli occhi lucidi di tristezza e di scotch che mischiarlo con il vino non è stata una grande idea. Se ne pentirà amaramente domani mattina, quando le sembrerà di avere indosso una corona di spine. Cerca di togliersi uno stivale, saltellando su un piede solo. Si trova mezza spiaccicata contro l’armadio e ne approfitta, usandolo come appoggio. Via uno, via l’altro. Alla rinfusa.
Lotta con la cinta, poi con il bottone dei jeans. Spogliarsi diventa una guerra che dura quasi dieci minuti ma che alla fine la vede vincitrice.

 “Stai attento. E se hai bisogno di  un medico vieni qui. E non ti ubriacare il primo giorno di lavoro. Non mettere il muso: fai amicizia! E niente battutacce sulle donne che non sanno tenere in mano un’arma.”
“Va bene mamma, lo farò.”


E si sorridono. Ne hanno affrontate tante, insieme. Epidemie, sabotaggi, marauders, addirittura un meteorite che voleva distruggere il loro pianeta. E anche molte sbronze, ovviamente. Questa probabilmente non sarà l’ultima. Capisce che ci sono persone che è la Vita stessa ha deciso di unire, legami che si creano a prescindere dalla volontà di due che forse nemmeno si sarebbero scelti.


“Mi mancherai”
“Mi mancherai anche tu”


Tira su con il naso, ripensando all’abbraccio con Roland che le dice che è una brava Boss (anche se è una donna ovviamente). Non è un addio ma... “Sarai qui e comunque non sarai qui.” Non è stato un addio neanche con Jonathan ed Elizabeth ma loro si sono trasferiti nel Core. Quindi forse... si, forse è stato un addio. Al Ranch non è rimasto più nessuno del suo inizio. Tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, alcune persone se le è portata via, altri hanno deciso di seguire nuove e diverse correnti. Lei è quella che rimane. E che li ama. Li ha amati tutti, tantissimo, per tutto il tempo in cui sono rimasti e, alcuni, anche quando hanno deciso di andarsene. Ora si deve prendere cura dei nuovi legami, delle persone che fanno affidamento su di lei e su cui lei fa affidamento, di quei nuovi sorrisi che riempiono la Casa del Black Oak Ranch.

Non ha la forza di cercare il pigiama. Non ricorda neanche se ce lo ha un pigiama. D’improvviso sente un freddo glaciale come se avesse passato la vita intera a dormire nuda e con le finestre spalancate.
Rimane con gli slip e recupera una camicia di Joe da sopra quella maledetta sedia. Praticamente le sta come un vestito, le maniche arrivano a coprirle le mani.
Si trascina sul letto, già occupato. Si stringe a Joe, cerca il suo calore, la sua presenza, l’unico antidoto per sentirsi meno sola. Inizia a baciarlo sulla fronte, la punta del naso, la linea della mascella, la guancia, il collo. Baci rapidi come battiti di ciglia e con la stessa delicatezza. Incurante del fatto che è molto tardi e che rischia di svegliarlo.

“Non mi lasciare”

Una preghiera nella notte.