mercoledì 24 dicembre 2014

Fra digiuno e scorpacciate di affetto

A few days ago...

Nel buio apre gli occhi di scatto. Il dolore alla gamba torna improvviso così tanto da strapparla all'incoscienza che si era riuscita a regalare dopo minuti e minuti a rigirarsi fra le lenzuola.
Non è in camera sua ma nell'infermeria del ranch. Sono le narici a ricordarglielo per quell'odore di pulito, di ambiente sterile. Gira appena il viso, la guancia preme su un cuscino troppo duro. Sul lettino singolo vicino c'è Emile. E' rimasta anche se hanno discusso, anche se entrambi hanno fatto incosapevolmente gli stronzi, anche se lei ha alzato la voce. E' rimasta perché ha detto che non l'avrebbe lasciato solo, che se avesse sentito male alle ferite doveva svegliarla. Disposta a dargli più antidolorifici e a cantargli una ninnananna per farlo addormentare ma lui non l'ha chiamata, non la chiama.

"Emile... dormi?"

Lo chiede con un filo di voce che pur se lui fosse sveglio, non riuscirebbe comnque a sentirla.
Si passa le mani sul viso.
Imparano a conoscersi ma non riescono ancora a capirsi. Lui lo ha detto con una frase ironica che in un momento diverso l'avrebbe fatta ridere e che ora non riesce a ricordare per cui non può nemmeno sorriderci sopra. 

Si è sentita male e dannatamente ridicola. E arrabbiata. Arrabbiata da voler mettere un muro fra lui e lei per togliergli ogni potere di farle del male perché non è riuscita a farsi scivolare addosso quello che ha detto. L'ha trattata da puttana. Senza volerlo ma lo ha fatto. Lei che non ha bisogno di braccia di uomo o di donna a proteggerla, che non ha bisogno delle mani di nessuno per sentirsi meno sola. Che si è imposta un letto vuoto e l'astinenza che ne consegue. Lui non la conosce e forse è anche colpa sua perché non riesce a lasciarsi andare. Nessuno, comunque, avrebbe il diritto di giudicare il modo in cui ha deciso di rimettere insieme i propri pezzi. Non lo ha permesso nemmeno a Gray, una delle poche cose che non gli ha permesso di fare con lei. Ridicola. 


Sapere a chi e quanto dare affetto. E' una cosa che non riesce ancora ad imparare. Alterna m
omenti di totale digiuno ad intere scorpacciate in cui si ritrova ancora capace di slanci di apertura verso il prossimo.

Quando torna a camminare senza l'aiuto della stampella va dritta all'albero di Natale in salone. Legge i biglietti dei suoi rancheri.

Cazzo, ragazzi, non potreste essere più materialisti? Come faccio a regalarvi la pace nel 'Verse?

Sbuffa. Un pensierino ad Aura e alla sua clinica, intanto, perché una donazione non fa mai male.

Trascina Hawk fino al mercato di Oak Town. Entrano insieme nella piccola bottega del giocattolaio. Un luogo magico, nascosto in quelle viuzze che lei conosce a memoria e potrebbe percorrere ad occhi chiusi. Il giocattolaio è un amico, è da lui che compra i regali per i suoi tre nipoti. Ha mani d'oro in quello che fa. E' il migliore di tutta la contea. Una volta gli ha chiesto perché proprio i giocattoli e lui gli ha risposto che era un bel modo per portare la magia nella vita dei bambini e che è un modo per non farli sentire soli, i bambini. Lei aveva solo una bambola da piccina. Una bambolina di pezza fatta a mano, con bellissimi capelli rossi e occhietti vispi con la testa troppo grande dato che, dopo uno sfortunato incidente con il loro cane, ha deciso di riparlarla, di "guarirla" da sola. Non sa ancora che Emile la mattina del 24 le farà trovare una scatola con una bamboletta del tutto simile e che la chiamerà Polly perché le piace dare i nomi alle cose per sentirle più sue.
Regala a lui il modellino di una nave spaziale perché una vera non può proprio comprargliela ma può aiutarlo a dare forma a quel desiderio, strappargli un sorriso magari. Non pretende poi molto.

Meng. Oh Meng.  Lei che le ha regalato un anellino placcato in oro con la forma di un'ala e che dimostra di conoscerla bene. Quante cose vorrebbe dirle? Tante. Ogni tanto crede che potrebbe andare da lei e confessarsi. Funziona così con i pastori? Potrebbe accogliere nel suo cuore le confessioni del mio? Ma ha una bocca pallida che si ostina a tacere con tutti. Come te lo dico, Meng, che non sei l'unica ad avere difficoltà ad esprimersi, a parlare? Se potessimo farlo tenendo la bocca chiusa? Inventerò una storia su questo. Una favola. Nella sua camera da letto inizia a ricopiare con l'inchiostro nero una poesia perché forse potrà aiutare l'altra a trovare ispirazione, perché forse la aiuterà a trovare le parole per far tornare la fede nella vita, in sé stessi. In Dio no, perché non pretende tanto da quel dono. Un dono che le affida una parte di Grace, quella più nascosta e insicura e fragile e leggera.

Sei greve quanto la terra che ti attira
Leggera quanto un battito d’ali
.
 Viva quanto il tuo cuore palpita
Giovane quanto i tuoi occhi vedono lontano.
Buona quanto quelli che ami
Cattiva quanto quelli che odi.

 Sia quel che sia, il tuo colore
È quello che vede chi ti sta di fronte.
Non considerare guadagno ciò che vivi:
Sei vicina alla fine quanto vivi
Quantunque tu viva
La tua vita è quanto hai amato.
 Sei felice quanto puoi ridere
Non rattristarti
Sappi che riderai quanto hai pianto

Non credere che tutto sia finito
Sarai amata quanto tu hai amato.
È nel nascere del sole
Il valore che ti da la natura
E quanto dai valore a chi hai di fronte,
Sei umana.
Se un giorno dirai bugie
Lascia che chi hai di fronte creda per quanto ha fiducia in te.
La nostalgia che si ha per l’innamorato è nel raggio
Di luna
E per quanto hai nostalgia per l’innamorato
Sei vicina al tuo amore.
Ricorda!
Sei bagnata quanto la pioggia che cade
Calda quanto il sole scalda.
Sola, tanto quanto ti senti sola
E forte quanto ti senti forte.

Bella, quanto ti senti bella.
Ecco, è questa la vita!
Ecco vivere è questo.
Vivrai tanto quanto ti ricorderai di questo,
nel momento in cui lo dimenticherai
sentirai freddo quanto ogni respiro che prendi
e, come dimenticherai chi hai di fronte
sarai in fretta dimenticata.

Il fiore è bello quanto è annaffiato
Gli uccelli piacevoli quanto riescono a cantare
Il bambino è bimbo quanto piange
E tutto lo sai quanto lo hai imparato.
Impara anche questo,
sei amata quanto ami. (*)

E quando lei gli consegna il foglio, di notte, al freddo di una serata in cui nevica, in mezzo alla radura dove il Black Oak ha deciso di fermarsi per il viaggio a Jasonville, Meng le mima un grazie e la bacia sulla fronte e a lei basta questo anche se non ha idea di che cosa l'altra ne pensi.


Scorpacciate di affetto, appunto. Regali e bei pensieri. Buoni propositi per il prossimo anno. E ti voglio bene non detti ma dimostrati.
E poi... digiuno.

Si trova a discutere con Emile, di nuovo
Ad alzare la voce, di nuovo.
Lui la tratta da stronza senza possibilità d'appello, di nuovo.
Lei non se lo merita. O forse si, di nuovo.
Lui la ferisce, di nuovo.
Lui dà un ultimatum alle sue paure e la perde prima ancora di averla. Come ogni animale messo alle strette, lei attacca e poi scappa. Lui ha parole troppo dure, ha troppa irruenza, non ha comprensione e non ha clemenza e lei non gli darà più modo di farle del male, di giudicare quello che lui non sa, quello che lei ha cercato di spiegargli. Non possono capirsi e le va bene.

Una sorpresa. Una videochiamata. Un cuore che soffre o riprende a cantare. Un muso e una faccia diversi ma sempre gli stessi. Cose che non cambiano mai. E campanelli e risate graffiate. Un posto da raggiungere. Una valigia da preparare prima di cambiare idea.


(*) Can Yucel: Ogni cosa è celata in te


domenica 14 dicembre 2014

Preghiera

Fammi essere forte.
Forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e fibra.
Fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi.
A sapere dove e a chi dare
.
A riempire i brevi momenti e le chiacchiere casuali di quell’infuso speciale di devozione e amore che sono le nostre epifanie. A non essere amara.
Risparmiamelo il finale, quel finale acido, citrico, aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole.
(*)


 Prega. Di notte. Da sola. Perché con il buio è sempre più difficile. Prega ma non sa a chi indirizzare quelle parole. Avverte la solitudine della sua mancanza di fede. Se sentisse la presenza di Dio, della sua misericordia, della sua comprensione allora starebbe meglio. Ma non c'è niente lì, nel buio. I fantasmi sono tornati a nascondersi nelle ombre della sua camera da letto. Prega sé stessa di non farsi sopraffare, di nuovo, dalla disperazione dell'essere lasciata. Le persone se ne sono andate. Altre continuano ad andarsene. Addii che con la morte non c'entrano niente. Addii che sono scelte. Si chiede perché sia così facile decidere di andarsene. Lei ricorda tutti quelli che se ne vanno. Prima o poi il peso dei ricordi sarà così grande da impedirle di andare avanti. Non ancora però e prega che quel giorno non arrivi presto. Prega per avere sempre la forza di ricominciare. La forza di ritrovarsi anche se continua a perdersi. Prega che anche il proprio corpo sia forte, che il cuore malato non si spezzi una volta per tutte. Imparare a non dare Affetto. Imparare a capire a chi darlo, a chi darsi e allo stesso tempo, non cedere alla versione oscura e cinica di sé. Qualcuno le risparmi quel finale. Qualcuno le risparmi l'aspro veleno che si mescola al sangue delle donne buone, piene d'amore e di passione, abbandonate.














(*): Sylvia Plath - Diari 

mercoledì 26 novembre 2014

Legami



Devo fare piano... Piano...

Bum. Sbatte il ginocchio.
Porca troia ma da quando c’è una sedia qui?

Più o meno da sei, sette mesi. Ha gli occhi lucidi di tristezza e di scotch che mischiarlo con il vino non è stata una grande idea. Se ne pentirà amaramente domani mattina, quando le sembrerà di avere indosso una corona di spine. Cerca di togliersi uno stivale, saltellando su un piede solo. Si trova mezza spiaccicata contro l’armadio e ne approfitta, usandolo come appoggio. Via uno, via l’altro. Alla rinfusa.
Lotta con la cinta, poi con il bottone dei jeans. Spogliarsi diventa una guerra che dura quasi dieci minuti ma che alla fine la vede vincitrice.

 “Stai attento. E se hai bisogno di  un medico vieni qui. E non ti ubriacare il primo giorno di lavoro. Non mettere il muso: fai amicizia! E niente battutacce sulle donne che non sanno tenere in mano un’arma.”
“Va bene mamma, lo farò.”


E si sorridono. Ne hanno affrontate tante, insieme. Epidemie, sabotaggi, marauders, addirittura un meteorite che voleva distruggere il loro pianeta. E anche molte sbronze, ovviamente. Questa probabilmente non sarà l’ultima. Capisce che ci sono persone che è la Vita stessa ha deciso di unire, legami che si creano a prescindere dalla volontà di due che forse nemmeno si sarebbero scelti.


“Mi mancherai”
“Mi mancherai anche tu”


Tira su con il naso, ripensando all’abbraccio con Roland che le dice che è una brava Boss (anche se è una donna ovviamente). Non è un addio ma... “Sarai qui e comunque non sarai qui.” Non è stato un addio neanche con Jonathan ed Elizabeth ma loro si sono trasferiti nel Core. Quindi forse... si, forse è stato un addio. Al Ranch non è rimasto più nessuno del suo inizio. Tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, alcune persone se le è portata via, altri hanno deciso di seguire nuove e diverse correnti. Lei è quella che rimane. E che li ama. Li ha amati tutti, tantissimo, per tutto il tempo in cui sono rimasti e, alcuni, anche quando hanno deciso di andarsene. Ora si deve prendere cura dei nuovi legami, delle persone che fanno affidamento su di lei e su cui lei fa affidamento, di quei nuovi sorrisi che riempiono la Casa del Black Oak Ranch.

Non ha la forza di cercare il pigiama. Non ricorda neanche se ce lo ha un pigiama. D’improvviso sente un freddo glaciale come se avesse passato la vita intera a dormire nuda e con le finestre spalancate.
Rimane con gli slip e recupera una camicia di Joe da sopra quella maledetta sedia. Praticamente le sta come un vestito, le maniche arrivano a coprirle le mani.
Si trascina sul letto, già occupato. Si stringe a Joe, cerca il suo calore, la sua presenza, l’unico antidoto per sentirsi meno sola. Inizia a baciarlo sulla fronte, la punta del naso, la linea della mascella, la guancia, il collo. Baci rapidi come battiti di ciglia e con la stessa delicatezza. Incurante del fatto che è molto tardi e che rischia di svegliarlo.

“Non mi lasciare”

Una preghiera nella notte.

sabato 15 novembre 2014

6 Poesie nel cassetto


“Le tue piccole contraddizioni, Grace. E’ lì che vedo la tua bellezza”
Ogni parola le rimbomba nella mente mentre ogni gesto le si riverbera nel corpo anche se ora è sola, in camera. Si è buttata sotto il getto gelato della doccia per domare l’incendio di sé, quello che riconosce anche se è passato tanto tempo. Si passa una mano fra i lunghi capelli bagnati prima di avvolgerli nell’asciugamano giallo. Si toglie l’accappatoio umido, facendolo cadere con noncuranza sul pavimento. Allunga una mano per afferrare la vestaglia di seta. Intercetta la propria figura riflessa nello specchio. Volta i fianchi, gira il capo tanto che il mento le sfiora la spalla e lì vede: i segni rossi che le ha inciso delicatamente Joe sulla schiena. E lì, nel segreto della propria stanza, sorride. Si rende conto che quel sorriso è, esso stesso una grande contraddizione.
Chiude gli occhi per impedire a quella scintilla di malizia e voglie mal trattenute di brillare infondo alla pupilla. Lui la confonde. E’ l’elettricità del suo bacio a mandarla in tilt. 



 La mia bocca si schiude come un taglio.
Sono stata bistrattata tutto l'anno, notti
tediose, niente se non ruvidi gomiti contro di esse
e delicate scatole di fazzoletti a dirmi piagnona
piagnona, stupida!

Prima d'oggi il mio corpo era inutile.
Ora cerca di strappar via i suoi spigoli.
Ora è cangiante pieno di questi lampi elettrici.
Zang! Resurrezione!


I miei nervi si sono riaccesi. Li ascolto come
strumenti musicali.
Dove c'era silenzio
tamburi, corde stanno inguaribilmente suonando. Sei stato tu.
Puro genio all'opera. Caro, il compositore ha camminato
nel fuoco. (*)


(*): "Il bacio" di Anne Sexton



lunedì 10 novembre 2014

Ritrovarsi

Adorabile.
Non è il modo giusto con cui definirla.
"Sono una donna fatta di nervi e brividi"

"Sei piena di contraddizioni Grace Sullivan"

Nel freddo di una stanza, sola,
riempie il lato del letto.
Una mano strangola il lenzuolo
unico testimone di quell’atto d’amore.
Così non potrà mai svelare
quei sospiri liberati dalla prigione della contraddizione.
Lei ha
una fantasia da cavalcare,
può volare senza sbattere le ali.
E Lui allora ha una, due, mille facce.

E’ tutti gli uomini con cui è stata
E’ l’uomo con cui non starà
mai.
Ha occhi azzurri, castani, grigi e verde foglia.
Lui è l’amante proibito. E’ il marito.

E’ il peccato
. E’ giustificato.
Lui è la noncuranza. L’invadenza.
E’ il gelo degli spazi che queste cose lasciano.
Vuoti da colmare. E allora
nella
dolcezza della solitudine
essere di tutti loro e non esserlo di nessuno
solo per ritrovarsi ed essere mia.

giovedì 6 novembre 2014

Cuoremalandato

Southern Cross Ranch
05.11.2516
2:06


Si rigira nel … No non nel letto ma in quella mezza specie di sacco a pelo, al riparo nella tenda che uno dei rancheri ha sistemato per lei.
E' stanca ma non riesce a dormire.
Una volta le piaceva addormentarsi nel letto insieme a qualcuno e risvegliarsi la mattina da sola: bei tempi quando il giocattolino di turno prendeva e se ne andava via senza sapere che quella fuga serviva a lei per evitarle di dire ciao e dare un bacio sulla bocca così a stampo, freddo perché uno può anche fare sesso la notte ma la gelida luce della mattina li trova e li illumina per quello che sono: estranei.
Adesso invece odia dormire da sola. Sto proprio invecchiando. Che palle.
Non c'è nemmeno Soul che si appisola mentre le morde il dito come fosse un ciuccio. L'ha lasciato a Sam perché non voleva fargli affrontare il viaggio in treno fino a lì. E' così piccolo.
Pensa di alzarsi e entrare di nascosto nella tenda di Beth ma aveva un sorriso strano prima di andarsene. Meglio evitare. Una sigaretta. Ci vorrebbe. Ma da quando fumo così tanto? Ah si. Giusto. Ma lei di pacchetti non ne ha. Potrebbe infilarsi nella tenda di Joe, stare attenta per non svegliarlo e cercare le sue sigarette artigianali. Meglio evitare. Già solo a pensarlo è un piano che fa acqua da tutte la parti.
Che palle.
Sbuffa. Assottiglia lo sguardo, infastidita dalla luce improvvisa del Cpad. Non c'è nessuno da cercare. E' troppo tardi.

I rancheri sono stati bravi questa sera. Tutti quanti. E a me invece è venuto subito l'affanno.

Il pensiero finale le fa sbarrare gli occhi di paura per un momento. Si porta una mano al petto.

“Ci sono cose che mi stancano prima di altre. Tipo nuotare”

E quelle cose aumentano sempre di più. Sta peggiorando. Peggiorerà. Lo stress fisico ed emotivo che ha dovuto affrontare da qualche mese a questa parte ha spossato il suo cuore malandato più di quanto non immaginass probabilmente.

“Grace dovresti fare altre analisi e un elettrocardiogramma per...”
“Papà basta. Tutti dobbiamo morire prima o dopo e sapere se ho o meno la patologia di famiglia non mi interessa. Sono giovane. Ho un cuore forte. Corro, mi tengo in esercizio. Sto benone. E non potrei essere più Sullivan di così. Se devo crepare come la nonna che ben venga.”

Grace ha vent'anni e tanta rabbia dentro. Esce fuori di casa sbattendo la porta. Fanculo il cuore grande dei Sullivan.

Devo mangiare meglio. Evitare gli sforzi inutili. Lo stress. Smetterla di bere e di fumare. Beh no. Queste due cose le posso fare. Fanculo il cuore grande dei Sullivan.
Non farà nessuna nuova analisi. Nessun nuovo esame. Non ancora. Non fino a quando non sarà necessario. I medici sono i peggiori pazienti del mondo. Lei, comunque, si sente benissimo. Forse in futuro si dovrà preoccupare ma non adesso. Adesso può farsi cullare dal battito che, lento, scandisce il passare del tempo.

E' un orologio-cuore quello dei Sullivan. Ad un certo punto si ferma ma non si può ricaricare. Un cuore normale dovrebbe pesare sui 300 / 350 grammi. Per questione genetica il loro arriva fino a cento grammi in più. E un cuore grande è un cuore che fatica di più, che deve sopportare di più e che dura di meno. Il cuore è una macchina e la sua cigola ma la sta rimettendo in ordine. Tutto qui. Ha solo bisogno di darsi delle nuove regole.

Uno, non toccare le lancette.
Due, domina la rabbia.
Tre, non innamorarti, mai e poi mai.
Altrimenti, nell'orologio del tuo cuore, la grande lancetta
delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle,
le tue ossa si frantumeranno,
e la meccanica del cuore andrà di nuovo in pezzi.
(*)

(*) Mathias Malzieu - La maccenica del cuore.

 

mercoledì 5 novembre 2014

5 Poesie nel cassetto

Una serata a cercare i colori. Mi ricorda qualcosa...


Girerò per le strade finché non sarò stanca morta
saprò vivere sola e fissare negli occhi
ogni volto che passa e restare la stessa.
Questo fresco che sale a cercarmi le vene
è un risveglio che mai nel mattino ho provato
così vero: soltanto, mi sento più forte
che il mio corpo, e un tremore più freddo
accompagna il mattino.

Son lontani i mattini che avevo vent'anni.

Domani uscirò per le strade,
ne ricordo ogni sasso e le striscie di cielo.
Da domani la gente riprende a vedermi
e sarò ritta in piedi e potrò soffermarmi
e specchiarmi in vetrine. I mattini di un tempo,
ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo
di esser io che passavo-una donna, padrona
di se stessa.
La magra bambina che fui
si è svegliata da un pianto durato per anni
ora è come quel pianto non fosse mai stato


E desidero solo colori. I colori non piangono,
sono come un risveglio: domani i colori
torneranno. Ciascuna uscirà per la strada,
ogni corpo un colore-perfino i bambini.
Questo corpo vestito di rosso leggero
dopo tanto pallore riavrà la sua vita.
Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi
e saprò d'esser io: gettando un'occhiata,
mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,
uscirò per le strade cercando i colori. (*)


(*) Cesare Pavese: Agonia

lunedì 3 novembre 2014

Luce Lei e colori Loro



“Ehi ehi tu” 

Il cucciolo dagli occhi ancora blu la guarda mentre tira con i denti la manica del suo vestitino rosso, gettato alla rinfusa sul letto. 

“E’ impossibile che tu non abbia ancora sonno, lo sai?”

Chiede e nasconde uno sbadiglio. Probabilmente lo sbadiglio è così contagioso che si trasmette non solo da essere umano ad essere umano ma anche agli animali. O sarà solo la stanchezza e il fatto che è molto molto tardi ma il cane sbadiglia pure lui. 

Si stiracchia e muove appena la testa. Il volto deformato da una smorfia di fastidio. Si massaggia il collo dolorante e le ritorna alla mente il motivo di quei muscoli tesi: la notte passata a dormire in magazzino, solo a dormire, con Joe. Il suo braccio come cuscino. Ben due favole della buona notte e le sue parole. Le sue parole che le hanno riscaldato il cuore, che l’hanno fatta tornare sé stessa, che le hanno ricordato chi è anche se in queste ultime settimane si era decisamente persa di vista.
Tu...Sei come una luce abbagliante.”
“In così tanti hanno cercato di spegnermi”

Va davanti al piccolo tavolino, preparando il regalo che farà trovare a Baxter la mattina successiva: due pacchetti di sigarette. Scrive velocemente il biglietto, di getto, senza ragionarci troppo: “Uno è per tutte quelle che ti ho rubato. L’altro per tutte quelle che continuerò a rubarti. Buona giornata, Grace”

Si passa le mani sul viso. L’abbaiare di... 

“Bisogna trovarti un nome. Ma forse dovremmo dormirci su”

Scivola sotto le coperte e sistema il cucciolo ai piedi del letto, avvolgendolo con l’ abitino rosso come una coperta, lasciando che sia il suo odore impregnato nella stoffa a rassicurarlo durante quelle ore che li separano dall’alba, dal domani.
Con una carezza augura la buona notte al suo piccolo miracolo. “Quello di cui hai bisogno per tornare a stare bene.” E lei capisce che il miracolo non è solo quel cuoricino di nuova vita che le farà compagnia d’ora in avanti ma è il pensiero di tutto quello che l'ha portata a quel preciso momento. Di chi ha architettato una serata solamente per farla stare meglio. Il miracolo sono le braccia di Owen che le impediscono di frantumarsi in mille pezzi e che si ingegna per salvarla. Il miracolo è la premura di Elizabeth e i discorsi di Joe.
Il buio l’avvolge e lei non ha paura. Dovrò dire a Nicole che nel buio possono nascondersi i mostri ma anche la speranza. Pensieri sconclusionati mentre la marea la porta verso l’incoscienza del sonno. Che il nostro precipitare può essere l’occasione per i nostri amici di afferrarci e di salvarci.

Allunga le dita per sfiorare le orecchie delicate del cane prima di alzare il braccio sulla fronte fresca. Avverte il fiorellino che ha ancora attorcigliato intorno ad una ciocca scura. Sorride nell’oscurità.  

Una serata a cercare i colori. Mi ricorda qualcosa...