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mercoledì 25 marzo 2015

Specchi infranti

Il pensiero ora non mi parla
il cuore neanche
Forse sono stanchi
forse non hanno niente da dire
forse sono aridi


Il dolore al petto è così forte da svegliarla.
Si ritrova a pancia sotto, il viso immerso nel cuscino ma le basta una frazione di secondo per tornare completamente lucida. Si ricorda che è in una camera d'albergo, su Capital City, Horyzon. Forse c'è il rumore delle macchine che arriva dalla finestra, forse il rumore di qualcuno ancora per strada ma lei non sente niente. E' solo il silenzio. Il silenzio folle delle cose strappate, dei lagami rotti, degli specchi infranti. Allunga la mano e tasta il pelo morbido di Rain che dorme beata e che non sa, non sa che la sua padrona è una stronza e che la donna a cui l'hanno affidata temporaneamente è una stronza egoista il che è ancora peggio.
La discussione con Gabrielle e con Cath le perfora ancora le orecchie. Sa che Gabrielle la rivedrà, sa che se sono state dure è perché ci tengono l'una all'altra e i messaggi della mattina successiva non faranno altro che confermare la cosa ma Cath... L'ha persa. Nel momento esatto in cui quel pensiero le prende forma e concretezza nella mente si rannicchia sotto le coperte come potessero nasconderla, come potessero proteggerla.




E il silenzio
(che somiglia alla morte)
chiedono di soffocare grida inarticolate
Dove germogliavano figure dipinte
(immagini di vita)
ora
si proiettano ombre terrificanti



Cath Meyer è riuscita in quello in cui pochi, pochissimi nella sua vita: l'ha ferita tanto improvvisamente e in profondità che l'ha fatta essere cattiva. Si era ripromessa di non esserlo più ma quando l'altra le ha chiesto per l'ennesima volta di andar via con quel tono amaro nella voce, quando le ha dato le spalle e poi le ha chiesto di portarsi via la foto qualcosa si è rotto. E la diga, la diga costruita con l'amore e la gentilezza e la premura ha ceduto, dando spazio ad un fiume di parole gelide come quelle mani che ora si artigliano alle lenzuola. Non lo ricorda nemmeno quando è stata l'ultima volta in cui è stata tanto fredda con qualcuno. Il senso di colpa la invade: dal centro del petto scende come melma nera, avvolgendo ogni nervo scoperto.



Sono strane ombre
il loro schema cambia senza sosta
come se ballassero su un motivo
(un motivo senza ritmo)
scandito da grida inarticolate

 


La melma scende e scende e sale sul muro che sbircia e le ombre non sono che le ombre di loro due che fanno? Ballano? No, urlano. Si danno addosso e poi si distruggono. Serra gli occhi, si alza e inizia a preparare la valigia: vuole tornare a casa ma soprattutto ha bisogno di accendere tutte le luci.

°°°

"Grace c'è un ragazzino che ti cerca, dice di avere qualcosa per te" La informa Sam, la voce gracchiante che arriva dal cortex pad.
Prende la scatola dal dodicenne e gli regala anche un altro po' di mancia.
Svuota il contenuto sul tavolo in salone.
Svolazzano stralci di fogli e poi la foto... Anche quella divisa a metà.

"Spero questo ti scaldi il ghiaccio che porti addosso. Isabel"


Un biglietto che è uno schiaffo. La rabbia anche. La rabbia oltre il dolore. E' arrabbiata perché Cath si è arresa, subito. E' bastato cedere una volta per convincerla a lasciarsi andare a... Isabel? E' bastato non essere pronta ad accogliere la sua amicizia una sola volta. 

Si passa le mani sul viso. Si siede. Si fa portare la colla e dei cartoncini e inizia il primo pomeriggio di quell'estenuante ma paziente lavoro per rimettere insieme i pezzi: almeno della foto, almeno del diario. Che probabilmente sono solo simboli. Forse. O forse è solo carta. 



Assurdo tutto questo
Forse
E’ un’altra forma del dolore
Forma
Che fino a ieri non conoscevo
(*)





(*)Alexandros Panagulis – Aspetto del dolore










mercoledì 24 dicembre 2014

Fra digiuno e scorpacciate di affetto

A few days ago...

Nel buio apre gli occhi di scatto. Il dolore alla gamba torna improvviso così tanto da strapparla all'incoscienza che si era riuscita a regalare dopo minuti e minuti a rigirarsi fra le lenzuola.
Non è in camera sua ma nell'infermeria del ranch. Sono le narici a ricordarglielo per quell'odore di pulito, di ambiente sterile. Gira appena il viso, la guancia preme su un cuscino troppo duro. Sul lettino singolo vicino c'è Emile. E' rimasta anche se hanno discusso, anche se entrambi hanno fatto incosapevolmente gli stronzi, anche se lei ha alzato la voce. E' rimasta perché ha detto che non l'avrebbe lasciato solo, che se avesse sentito male alle ferite doveva svegliarla. Disposta a dargli più antidolorifici e a cantargli una ninnananna per farlo addormentare ma lui non l'ha chiamata, non la chiama.

"Emile... dormi?"

Lo chiede con un filo di voce che pur se lui fosse sveglio, non riuscirebbe comnque a sentirla.
Si passa le mani sul viso.
Imparano a conoscersi ma non riescono ancora a capirsi. Lui lo ha detto con una frase ironica che in un momento diverso l'avrebbe fatta ridere e che ora non riesce a ricordare per cui non può nemmeno sorriderci sopra. 

Si è sentita male e dannatamente ridicola. E arrabbiata. Arrabbiata da voler mettere un muro fra lui e lei per togliergli ogni potere di farle del male perché non è riuscita a farsi scivolare addosso quello che ha detto. L'ha trattata da puttana. Senza volerlo ma lo ha fatto. Lei che non ha bisogno di braccia di uomo o di donna a proteggerla, che non ha bisogno delle mani di nessuno per sentirsi meno sola. Che si è imposta un letto vuoto e l'astinenza che ne consegue. Lui non la conosce e forse è anche colpa sua perché non riesce a lasciarsi andare. Nessuno, comunque, avrebbe il diritto di giudicare il modo in cui ha deciso di rimettere insieme i propri pezzi. Non lo ha permesso nemmeno a Gray, una delle poche cose che non gli ha permesso di fare con lei. Ridicola. 


Sapere a chi e quanto dare affetto. E' una cosa che non riesce ancora ad imparare. Alterna m
omenti di totale digiuno ad intere scorpacciate in cui si ritrova ancora capace di slanci di apertura verso il prossimo.

Quando torna a camminare senza l'aiuto della stampella va dritta all'albero di Natale in salone. Legge i biglietti dei suoi rancheri.

Cazzo, ragazzi, non potreste essere più materialisti? Come faccio a regalarvi la pace nel 'Verse?

Sbuffa. Un pensierino ad Aura e alla sua clinica, intanto, perché una donazione non fa mai male.

Trascina Hawk fino al mercato di Oak Town. Entrano insieme nella piccola bottega del giocattolaio. Un luogo magico, nascosto in quelle viuzze che lei conosce a memoria e potrebbe percorrere ad occhi chiusi. Il giocattolaio è un amico, è da lui che compra i regali per i suoi tre nipoti. Ha mani d'oro in quello che fa. E' il migliore di tutta la contea. Una volta gli ha chiesto perché proprio i giocattoli e lui gli ha risposto che era un bel modo per portare la magia nella vita dei bambini e che è un modo per non farli sentire soli, i bambini. Lei aveva solo una bambola da piccina. Una bambolina di pezza fatta a mano, con bellissimi capelli rossi e occhietti vispi con la testa troppo grande dato che, dopo uno sfortunato incidente con il loro cane, ha deciso di riparlarla, di "guarirla" da sola. Non sa ancora che Emile la mattina del 24 le farà trovare una scatola con una bamboletta del tutto simile e che la chiamerà Polly perché le piace dare i nomi alle cose per sentirle più sue.
Regala a lui il modellino di una nave spaziale perché una vera non può proprio comprargliela ma può aiutarlo a dare forma a quel desiderio, strappargli un sorriso magari. Non pretende poi molto.

Meng. Oh Meng.  Lei che le ha regalato un anellino placcato in oro con la forma di un'ala e che dimostra di conoscerla bene. Quante cose vorrebbe dirle? Tante. Ogni tanto crede che potrebbe andare da lei e confessarsi. Funziona così con i pastori? Potrebbe accogliere nel suo cuore le confessioni del mio? Ma ha una bocca pallida che si ostina a tacere con tutti. Come te lo dico, Meng, che non sei l'unica ad avere difficoltà ad esprimersi, a parlare? Se potessimo farlo tenendo la bocca chiusa? Inventerò una storia su questo. Una favola. Nella sua camera da letto inizia a ricopiare con l'inchiostro nero una poesia perché forse potrà aiutare l'altra a trovare ispirazione, perché forse la aiuterà a trovare le parole per far tornare la fede nella vita, in sé stessi. In Dio no, perché non pretende tanto da quel dono. Un dono che le affida una parte di Grace, quella più nascosta e insicura e fragile e leggera.

Sei greve quanto la terra che ti attira
Leggera quanto un battito d’ali
.
 Viva quanto il tuo cuore palpita
Giovane quanto i tuoi occhi vedono lontano.
Buona quanto quelli che ami
Cattiva quanto quelli che odi.

 Sia quel che sia, il tuo colore
È quello che vede chi ti sta di fronte.
Non considerare guadagno ciò che vivi:
Sei vicina alla fine quanto vivi
Quantunque tu viva
La tua vita è quanto hai amato.
 Sei felice quanto puoi ridere
Non rattristarti
Sappi che riderai quanto hai pianto

Non credere che tutto sia finito
Sarai amata quanto tu hai amato.
È nel nascere del sole
Il valore che ti da la natura
E quanto dai valore a chi hai di fronte,
Sei umana.
Se un giorno dirai bugie
Lascia che chi hai di fronte creda per quanto ha fiducia in te.
La nostalgia che si ha per l’innamorato è nel raggio
Di luna
E per quanto hai nostalgia per l’innamorato
Sei vicina al tuo amore.
Ricorda!
Sei bagnata quanto la pioggia che cade
Calda quanto il sole scalda.
Sola, tanto quanto ti senti sola
E forte quanto ti senti forte.

Bella, quanto ti senti bella.
Ecco, è questa la vita!
Ecco vivere è questo.
Vivrai tanto quanto ti ricorderai di questo,
nel momento in cui lo dimenticherai
sentirai freddo quanto ogni respiro che prendi
e, come dimenticherai chi hai di fronte
sarai in fretta dimenticata.

Il fiore è bello quanto è annaffiato
Gli uccelli piacevoli quanto riescono a cantare
Il bambino è bimbo quanto piange
E tutto lo sai quanto lo hai imparato.
Impara anche questo,
sei amata quanto ami. (*)

E quando lei gli consegna il foglio, di notte, al freddo di una serata in cui nevica, in mezzo alla radura dove il Black Oak ha deciso di fermarsi per il viaggio a Jasonville, Meng le mima un grazie e la bacia sulla fronte e a lei basta questo anche se non ha idea di che cosa l'altra ne pensi.


Scorpacciate di affetto, appunto. Regali e bei pensieri. Buoni propositi per il prossimo anno. E ti voglio bene non detti ma dimostrati.
E poi... digiuno.

Si trova a discutere con Emile, di nuovo
Ad alzare la voce, di nuovo.
Lui la tratta da stronza senza possibilità d'appello, di nuovo.
Lei non se lo merita. O forse si, di nuovo.
Lui la ferisce, di nuovo.
Lui dà un ultimatum alle sue paure e la perde prima ancora di averla. Come ogni animale messo alle strette, lei attacca e poi scappa. Lui ha parole troppo dure, ha troppa irruenza, non ha comprensione e non ha clemenza e lei non gli darà più modo di farle del male, di giudicare quello che lui non sa, quello che lei ha cercato di spiegargli. Non possono capirsi e le va bene.

Una sorpresa. Una videochiamata. Un cuore che soffre o riprende a cantare. Un muso e una faccia diversi ma sempre gli stessi. Cose che non cambiano mai. E campanelli e risate graffiate. Un posto da raggiungere. Una valigia da preparare prima di cambiare idea.


(*) Can Yucel: Ogni cosa è celata in te


domenica 14 dicembre 2014

Preghiera

Fammi essere forte.
Forte di sonno e di intelligenza e forte di ossa e fibra.
Fammi imparare, attraverso questa disperazione, a distribuirmi.
A sapere dove e a chi dare
.
A riempire i brevi momenti e le chiacchiere casuali di quell’infuso speciale di devozione e amore che sono le nostre epifanie. A non essere amara.
Risparmiamelo il finale, quel finale acido, citrico, aspro che scorre nelle vene delle donne in gamba e sole.
(*)


 Prega. Di notte. Da sola. Perché con il buio è sempre più difficile. Prega ma non sa a chi indirizzare quelle parole. Avverte la solitudine della sua mancanza di fede. Se sentisse la presenza di Dio, della sua misericordia, della sua comprensione allora starebbe meglio. Ma non c'è niente lì, nel buio. I fantasmi sono tornati a nascondersi nelle ombre della sua camera da letto. Prega sé stessa di non farsi sopraffare, di nuovo, dalla disperazione dell'essere lasciata. Le persone se ne sono andate. Altre continuano ad andarsene. Addii che con la morte non c'entrano niente. Addii che sono scelte. Si chiede perché sia così facile decidere di andarsene. Lei ricorda tutti quelli che se ne vanno. Prima o poi il peso dei ricordi sarà così grande da impedirle di andare avanti. Non ancora però e prega che quel giorno non arrivi presto. Prega per avere sempre la forza di ricominciare. La forza di ritrovarsi anche se continua a perdersi. Prega che anche il proprio corpo sia forte, che il cuore malato non si spezzi una volta per tutte. Imparare a non dare Affetto. Imparare a capire a chi darlo, a chi darsi e allo stesso tempo, non cedere alla versione oscura e cinica di sé. Qualcuno le risparmi quel finale. Qualcuno le risparmi l'aspro veleno che si mescola al sangue delle donne buone, piene d'amore e di passione, abbandonate.














(*): Sylvia Plath - Diari