giovedì 19 febbraio 2015

Lettera ad un fratello

Caro Richard,

quando ti ho perso non ho perso solo un fratello ma anche una parte della mia infanzia e del mio futuro. Tutte le promesse che ci siamo fatti da piccoli e tutte le liti ed il ricordo di me bambina si è macchiato, offuscato.

Mi sarebbe piaciuto conoscere tua moglie, stringerla a me come se avessi acquistato una nuova sorella. Vederti innamorato e prenderti in giro per questo. Mi sarebbe piaciuto diventare la zia dei tuoi figli. Sarebbero stati dei bravi bambini e dei bravi uomini o donne. I tuoi figli Richard... I miei figli... si incontreranno nel mondo dei “se e dei ma”, nel mondo dell’impossibile e dell’improbabile e saranno arrabbiati con i loro genitori per non averli fatti nascere. Si lo so, tu almeno hai una buona scusa ma anche io, fratello mio, ho le mie.
Quando ho perso te ho perso una parte dei miei genitori. Qualcosa in loro si è rotto, infranto e non c’è modo di riportarlo indietro quel qualcosa. Avrei preferito essere più grande perché non ero pronta per dire addio nemmeno ad un quarto di loro. La nostra mamma, Richard, è così invecchiata. Ogni volta che l’abbraccio sembra farsi più piccola ed egoisticamente vorrei che non fosse così, vorrei dirle di smetterla, di ricordarle che anche se siamo cresciuti ha ancora tre figli ma non lo dirò perché viene un momento nella vita di un figlio in cui è ora di ridare indietro tutto quello che ha preso in termini di amore e di sostegno. La nostra mamma... aveva bisogno di un corpo sul quale piangere ma non ci è stato dato ed una madre non può disperarsi su una bandiera. A volte la guardo e credo che lei sia convinta dentro di sé, convinta di un errore, uno scambio di persona e ti pensa lontano ma pronto per  fare ritorno. Io invece so che tu non tornerai mai. Dove sei Richard? Questo me lo chiedo. Mi domando se ti hanno seppellito e se quando lo hanno fatto hanno pensato che eri amico, figlio e fratello di qualcuno. Fratello mio.

Mi manchi. Mi manchi ogni giorno. Anche se di te non parlo.
Mi manchi anche se non riesco più a suonare la chitarra. So che mi sgrideresti, dicendo di averti fatto perdere tempo ad insegnarmi ma tanto non sono mai stata molto brava. Continuo a cantare però.

Ne ho vissute così tante da quando non ci sei più che mi chiedo se saresti fiero di me, di come sta andando avanti la mia vita e di come sono cambiata e dei sacrifici che ho fatto e della felicità che mi sono presa. Perché me la sono presa la felicità Richard, l’ho strappata alla vita, l’ho pretesa: attimo dopo attimo, sorriso dopo sorriso. Mi chiedo se con qualche tuo consiglio mi sarei salvata da tutto il dolore che mi ha travolto, da tutti i guai in cui mi sono cacciata, da tutte le scelte sbagliate che probabilmente ho fatto e sto facendo.

Credevo che avremmo vissuto insieme la vecchiaia dei nostri genitori.

E' difficile, Richard, difendersi da soli. E' difficile ringhiare e mostrare i denti, far vedere chi è che comanda, non farsi mai mettere i piedi in testa.
Io e te siamo difesi con le unghie per tutta la vita ma alla fine io non ero con te. Spero tanto che tu non abbia avuto paura, che non ti sia sentito solo, che l’amore di casa sia riuscito ad arrivare fin lì, su un pianeta tanto freddo e tanto lontano...

Mi manchi. Ti scrivo così, con tanto amore e meno forte di quanto forse pretenderesti da me.
Volevo dirti solo che lo sono ancora, una donna di speranza come mi hai insegnato tu.

Tua sorella,
Grace


Grace Sullivan lascia questa lettera, incastrata nel segreto di gambi di meravigliosi fiori arancioni sulla tomba di Richard Sullivan. Ci lascia anche una lacrima. Una sola. Che le riga la guancia nel momento in cui il vento freddo di Greenfield le fa abbassare le ciglia. Poi volta le spalle e da sola se ne torna a lavoro come se niente fosse, se ne torna alla vita.




La ballata dell'Eroe

Era partito per fare la guerra
per dare il suo aiuto alla sua terra
gli avevano dato le mostrine e le stelle
e il consiglio di vender cara la pelle. 

E quando gli dissero di andare avanti
troppo lontano si spinsero a cercare la verità
ora che è morto la patria si gloria
d'un altro eroe alla memoria.

Ma lei che lo amava aspettava il ritorno
d'un soldato vivo , d'un eroe morto che ne farà,
se accanto nel letto le è rimasta la gloria
d'una medaglia alla memoria?


La ballata dell'eroe - Fabrizio De André


  

domenica 15 febbraio 2015

Nightmare before sunrise


"Ciao Gracie"
"No non ci credo! Ancora tu!"

Osserva la donna dai fluttuanti capelli neri, l'abito viola scuro che le cade addosso al corpo come una seconda pelle.

"Grace! Grace! Brutta idiota svegliati!"

Si chiama da sola, guardando in alto e pensando che è solo un sogno, che può svegliarsi, che ha lei il controllo della propria notte.

"Sei troppo stanca, non riuscirai a svegliarti. Dovresti darti meno da fare, riposarti, dormire di più."
"Non credi che sia controproducente per te darmi questi consigli?"

La Morte alza le spalle. La guarda come qualcuno che non ha nessuna fretta di fare o di andare.

Grace, intanto, nella sua stanza si rigira nel letto. L'incubo non riesce a strapparla dall'incoscienza del sonno. Le palpebre troppo pesanti per sollevarle. Pesanti di giorni che iniziano all'alba e di notti lunghe.

"Sai credo di essermi sbagliata..."
"Lo stai dicendo sul serio? Tu?"
"Si. Io. Ti ho detto che ti avrei portata via senza lasciarti il tempo di salutarli ma... le persone che ami sembrano tutte rincorrermi e forse mi prenderò prima loro che te. In ogni caso mi rendono i giochi troppo facili al contrario tuo."
"... Che vuoi dire?"
"Non mi dire che non te ne sei accorta!"

Le labbra sanguigne che ridono, mostrando denti bianchi e perfetti.

"Stupida ragazza. Non ci hai fatto caso? Meng che si caccia sempre e volontariamente nei guai. Questa volta se l'è cavata con quelle cicatrici ma la prossima... Chissà. Roland invece quante volte è finito in un ospedale? Per non parlare di Emile... Ti sei andata a scegliere qualcuno che si eccita con il pericolo, che non sembra temere nemmeno i proiettili. L'elenco sarebbe ancora molto lungo."

"..."
"Non mi dire che sei senza parole! Proprio tu! Comunque lo devo dire sai? Hai buon gusto..."

Quell'atmosfera bianca dove non c'è né sopra né sotto si trasforma nella sua camera da letto. L'indice lungo di un candore strano che va sul grigio sfiora la mascella di un Hawk addormentato.

"Non ti azzardare"

Lo dice fra i denti, quasi ringhiando ma quando prova ad afferrare quella mano, si dissolve. Si ritrova la donna dietro le spalle.

"Calma calma. Non te lo tocca nessuno. O almeno non io o almeno non ancora."

Le porta le labbra rosse all'orecchio, scostandole i lunghi capelli castani sulla spalla opposta.

"Stupida ragazza. Buoni gusti. Pessima scelta."

Lo elenca con un mormorio.

Gli occhi di Grace si riempiono della visione di loro due abbracciati, osservandosi da lontano.


"Lui non ti ama, mia cara. Ma se anche ti amasse mi chiedo come tu abbia potuto scordartelo: un giorno o l'altro, tutto il piacere e la gioia che l'amore può suscitare si pagano con la sofferenza. E più si ama intensamente e più il dolore sarà moltiplicato."

Sgrana lo sguardo che si affolla di incertezze e paure e tristezza.
La sua camera da letto viene risucchiata in un vortice e tutto ritorna bianco. La donna l'afferra per il braccio e la tira lontano prima di spingerla di nuovo contro di sé, in un passo di danza improvvisato.

"Sperimenterai l'assenza, poi i tormenti della gelosia, dell'incomprensione, infine la sensazione del rifiuto e dell'ingiustizia. Avrai di nuovo freddo fino nelle ossa e il sangue formerà dei ghiaccioli che sentirai passare sotto la pelle."

Una giravolta troppo violenta, incespica con i piedi e si ritrova a terra o quello che è: sa solo che le ginocchia nude sbattono violentemente contro quel bianco.

"Lasciami stare! Grace ti prego! Ti prego svegliati! Svegliati svegliati svegliati! Ho bisogno che ci porti via da qui!"

Urla, rannicchiandosi contro il nulla.
Lei la guarda dall'alto in basso, senza l'ombra di comprensione.

"La meccanica del tuo cuore esploderà. Ti ho impiantato io questo orologio, conosco perfettamente i limiti del suo funzionamento. Può darsi che resista all'intensità del piacere, e sarebbe già molto. Ma non è abbastanza robusto da sopportare queste pene. (*) Sarà il tuo affetto per tutti loro forse che ti porterà da me o il finale così banale, già scritto, di questo genere di cose. Comunque sarà divertente! Ci vediamo, Gracie."

Il suo inconscio rimane lì con i singhiozzi che in realtà non sono altro che respiri più profondi, morendo di freddo che in realtà non è che lo spiffero dalla finestra ed un piede scoperto, riuscendo alla fine ad alzarsi ed andarsene che in realtà non è che aprire gli occhi. Occhi stretti come quella luce che filtra dalle tapparelle e le colpisce la fronte, segno di un Sole che sta facendo capolino. Sbadiglia e quella lacrima raccoltasi all'angolo scivola giù perdendosi su metà guancia. Si guarda pigramente intorno, si gira sul fianco e accantona tutto come un incubo appena prima dell'alba.

"Ah si come fosse vero"


(*): Mathias Malzieu - La meccanica del cuore







giovedì 5 febbraio 2015

L'intelligenza e la bontà preferiscono entrare in scena senza maschera.

L'intelligenza e la bontà preferiscono entrare in scena senza maschera. (*)




"Quando quello che sta dietro alle vostre nuvole distribuiva la modestia tu hai fatto il giro due volte?"
"Credevo fosse la fila per le tette grandi! Come si può capire ero decisamente in errore."

Risponde ad una pseudo domanda seria con una battuta piena di autoironia per la quale ridacchia da sola, con leggerezza, con divertimento, con un'ironia costante.

"Ho sempre rienuto l'onestà intelluttale una dote sopravvalutata ma... ma tu sembri così reale. Non capisco se sei una dei pochi fra noi a non portare una maschera o sono io che non riesco a rendermene conto."

"Sai qual è il fatto, Alexander? Che portare una maschera è stancante come lo è cercare di fregare perennemente il prossimo. Io da molto tempo ho deciso di non fare nell'una nell'altra cosa. Per quale scopo, poi?"

"Le persone portano maschere per autodifesa. E' lo stupido modo che ha trovato l'essere umano per difendersi: portare anche più maschere una sopra l'altra. Non è qualcosa che si può condannare. Io tuoi occhi, Grace, hanno visto più di ciò che il tuo sorriso lascia intendere."

Le parole finali, improvvise, fuori contesto. Deglutisce. Stringe le labbra in una linea così sottile che quasi spariscono. Tutto ciò che ha visto. Tutto ciò che ha passato. Immagini che le si piazzano prepotentemente nella mente. E' una carrellata che le passa davanti in un flash confuso e vivido insieme.


La Guerra. La fame. I troppi pazienti. Richard tornato a casa... No, una bandiera tornata a casa ed il fratello che ha una tomba vuota su Greenfield ed una piena chissà dove su St. Andrew.
Del in catene, la corsa per riscattarla.
La corsa a cavallo verso due mezzi impazziti, l'esplosione, il fuoco. Provare a salvarne due e riuscirci solo a metà.
I suoi rancheri vittime delle scommesse crudeli di quel bastardo.
L'uomo con vestiti e carne a brandelli, impalato, il grido della morte sul viso scavato. Una testa, un corpo lontano pezzi di quella che era una donna. Vittime di incubi mangia uomini che stanno per arrivare.

Il Southern Cross Ranch... il nulla della distruzione. Un peso sulle spalle.
Il meteorite. Il rischio di estinzione a pochi mesi da un'epidemia. Il non poter fare nulla se non rimanere e pregare per sé, per tutti.
L'abbandono. Il tradimento. La solitudine. Gli addi.
Lo sparo. Il dolore. La cicatrice. 

Il cuore rotto.



Non risponde. Non a quello. Era una domanda retorica o anche solo una constatazione da parte sua.

"Non lo metto in dubbio, Alexander. Credo che il peccato più grande sia mentire a sé stessi quindi... c'è differenza fra portare una maschera in maniera consapevole per utilità o portarla senza nemmeno accorgersene. In ogni caso non condanno nessuno. Ognuno dovrebbe poter trovare la strada verso una vita serena nel modo che più ritiene opportuno. Personalmente non penso che si possa farlo con una maschera appiccicata in faccia ma è soggettivo. Io sono malata Mister White. Un problema cardiaco. E avendo meno tempo degli altri da passare su questa terra... Faccio in modo di vivere la mia vita come meglio credo. Provando a portare me stessa e quello che sono nel mio lavoro e nelle mie relazioni. Le maschere sono solo perdite di tempo ed io non ne ho abbastanza."

Un altro incontro. Il Crazy Horse Saloon è ultimamente frequentato da così tanti corer che si potrebbe pensare di aver sbagliato pianeta se non fosse per il sorriso accogliente di Jimbo e per la musica squillante che viene dal palchetto.
Cath.
E Grace capisce una cosa: che non sono solo le maschere che ci imponiamo ma sono anche quelle che gli altri ci vedono sulla faccia. Gli occhi degli altri vedono noi ma attraverso filtri. I filtri delle loro esperienze, del loro passato, del loro carattere e allora noi cambiamo ed il nostro mostrarci così come siamo è in realtà mostrarci così come gli altri ci vedono e per strappare il velo, per disobbedire alle loro aspettative, per far vedere che si può regalare spontaneità senza chiederla in cambio, che si può fare quello che si vuole senza un secondo fine è più difficile perché è come togliere contemporaneamente la propria maschera e quella della persona che ti sta davanti. Forse nel momento esatto in cui si danno il cambio su quel palco, forse, ci sono riuscite.

Ci sono altre cose sulle quali ragiona, camminando da sola sotto la neve, seguendo la strada del Black Oak Ranch in un flusso di pensieri che la portano lontano:

Si ha paura di migliaia di cose, del dolore, dei giudizi, del proprio cuore; si ha paura del sonno, del risveglio, paura della solitudine, del freddo, della follia, della morte. Specialmente di quest'ultima, della morte. Ma sono tutte maschere, travestimenti.
In realtà c'è una sola paura: quella di lasciarsi cadere, di fare quel passo verso l'ignoto lontano da ogni certezza possibile... c'è una sola arte, una sola dottrina, un solo mistero: lasciarsi cadere, non opporsi recalcitrando alla volontà di Dio, non aggrapparsi a niente, né al bene né al male. Allora si è redenti, liberi dalla sofferenza, liberi dalla paura.
(**)

E questo che ha imparato a fare, che sta imparando a fare: lasciarsi andare, non pianificare, non temere il salto nel buio, rischiare.

"Tu sei l'unico con cui voglio perdere il controllo."

Che è una confessione più intima di quanto Emile possa immaginare.
Che il controllo lo ha già perso. Che la paura non la ferma più. Che ha deciso di buttarsi ad occhi chiusi. Che si fida tanto da farsi cadere convinta che la prenderà al volo.


(*): Arthur Schnitzler
(**): Herman Hesse