Past
Che cos'ero
intorno a vent'anni?
un manicomio in un letto di danni
un manicomio in un letto di danni
Grace è giovane e totalmente autodistruttiva.
Non si è interrogata molto sulla cosa ma qualcosa è successo, deve essere successo per aver innescato la miccia di quel percorso che la porterà a schiantarsi da qualche parte prima o poi.
Da tre mesi non lavora più. Da tre interi mesi non tocca un bisturi e nemmeno una garza. Da quando ha perso quei sette pazienti. Sette pazienti in sette giorni. Sembravano stare bene, avevano superato i momenti più difficili del post-operatorio e poi si sono aggravati, uno dietro l’altro. Ho perso il ciondolo di famiglia. L’ho perso e loro sono morti, non sono riuscita a salvarli. Senza il ciondolo io, allora, non funziono. Il ciondolo poi l’ha ritrovato ma troppo tardi probabilmente e lei ha mollato.
“Ci sono pazienti che muoiono altri che vivono. I medici non sono Dio, non possono fregare la morte per sempre. Non siamo noi ad avere l’ultima parola. Se non l’hai capito vuol dire che ho perso il mio tempo ad insegnarti. Se adesso te ne vai, se ti arrendi, se abbandoni tutti quelli che invece potresti aiutare ho perso il mio tempo come padre oltre che come insegnante.”
Le parole di George Sullivan le si mescolano nella testa mentre ogni tipo di alcolico che riesce a trovare le si mescola nello stomaco. Così quando la mattina apre gli occhi non si stupisce di non riconoscere la stanza in cui si trova. Si tira su con la schiena e riesce a vedere la sagoma di un uomo in un bagno. Lo guarda. Gli da le spalle. Lui è completamente nudo, ma chissà per quale motivo quello che si sente un verme non è lui. Cerca come può di nascondersi sotto al lenzuolo umido che, in qualunque modo lo tiri, gli lascia scoperte o le gambe o il petto. Strano. Deglutisce, stringendo le labbra pallidissime e screpolate. Trova il proprio vestitino a fiori buttato ai piedi del letto, se lo infila alla rovescia ma va di fretta. Non saluta, non si presenta, non chiede se quel vassoio con la colazione e una margherita in bella mostra sono proprio per lei perché non avrebbe niente di carino da dire. Scusami, non mi ricordo come ti chiami. Sono venuta con te solo perché ero ubriaca, perché ieri sera quando abbiamo ballato mi sembravi più carino, perché quando il cuore degli altri mi batte addosso mi dimentico che il mio è scarico, che è già mezzo malconcio. Si, meglio andarsene e basta.
Non si è interrogata molto sulla cosa ma qualcosa è successo, deve essere successo per aver innescato la miccia di quel percorso che la porterà a schiantarsi da qualche parte prima o poi.
Da tre mesi non lavora più. Da tre interi mesi non tocca un bisturi e nemmeno una garza. Da quando ha perso quei sette pazienti. Sette pazienti in sette giorni. Sembravano stare bene, avevano superato i momenti più difficili del post-operatorio e poi si sono aggravati, uno dietro l’altro. Ho perso il ciondolo di famiglia. L’ho perso e loro sono morti, non sono riuscita a salvarli. Senza il ciondolo io, allora, non funziono. Il ciondolo poi l’ha ritrovato ma troppo tardi probabilmente e lei ha mollato.
“Ci sono pazienti che muoiono altri che vivono. I medici non sono Dio, non possono fregare la morte per sempre. Non siamo noi ad avere l’ultima parola. Se non l’hai capito vuol dire che ho perso il mio tempo ad insegnarti. Se adesso te ne vai, se ti arrendi, se abbandoni tutti quelli che invece potresti aiutare ho perso il mio tempo come padre oltre che come insegnante.”
Le parole di George Sullivan le si mescolano nella testa mentre ogni tipo di alcolico che riesce a trovare le si mescola nello stomaco. Così quando la mattina apre gli occhi non si stupisce di non riconoscere la stanza in cui si trova. Si tira su con la schiena e riesce a vedere la sagoma di un uomo in un bagno. Lo guarda. Gli da le spalle. Lui è completamente nudo, ma chissà per quale motivo quello che si sente un verme non è lui. Cerca come può di nascondersi sotto al lenzuolo umido che, in qualunque modo lo tiri, gli lascia scoperte o le gambe o il petto. Strano. Deglutisce, stringendo le labbra pallidissime e screpolate. Trova il proprio vestitino a fiori buttato ai piedi del letto, se lo infila alla rovescia ma va di fretta. Non saluta, non si presenta, non chiede se quel vassoio con la colazione e una margherita in bella mostra sono proprio per lei perché non avrebbe niente di carino da dire. Scusami, non mi ricordo come ti chiami. Sono venuta con te solo perché ero ubriaca, perché ieri sera quando abbiamo ballato mi sembravi più carino, perché quando il cuore degli altri mi batte addosso mi dimentico che il mio è scarico, che è già mezzo malconcio. Si, meglio andarsene e basta.
Il pavimento di casa Sullivan scricchiola sotto il peso leggero
della più giovane di loro. Spera di riuscire a sgattaiolare in camera senza
farsi sentire.
“Grace” La voce di suo fratello Richard la fa sobbalzare e lei da verme fa una metamorfosi e passa a sentirsi come un topolino spaventato.
“Non lo dire a mamma e papà va bene?”
Non c'è legame più grande che unisce due fratelli e lei lo chiede come quando da piccola rompeva un bicchiere perché voleva arrivare allo scaffale tutto da sola o portava un randagio a casa o per arrampicarsi su un albero si rompeva la gonna nuova oltre a graffiarsi le ginocchia e le mani.
Non aspetta neanche la sua risposta e chiude la porta dietro di sé.
I pupazzi di quando era una bambina la guardano con occhi inquisitori. L’orsetto la sta giudicando e il gatto la beffeggia, giusto il cagnolino pare avere un po’ di comprensione in quei bottoncini neri. Anche le loro anime di ovatta si saranno stancate di vederla continuare a ferirsi in quel modo. Lei che senza regole non ci sa stare non rispetta più neanche quelle che si è imposta da sola.
“Grace” La voce di suo fratello Richard la fa sobbalzare e lei da verme fa una metamorfosi e passa a sentirsi come un topolino spaventato.
“Non lo dire a mamma e papà va bene?”
Non c'è legame più grande che unisce due fratelli e lei lo chiede come quando da piccola rompeva un bicchiere perché voleva arrivare allo scaffale tutto da sola o portava un randagio a casa o per arrampicarsi su un albero si rompeva la gonna nuova oltre a graffiarsi le ginocchia e le mani.
Non aspetta neanche la sua risposta e chiude la porta dietro di sé.
I pupazzi di quando era una bambina la guardano con occhi inquisitori. L’orsetto la sta giudicando e il gatto la beffeggia, giusto il cagnolino pare avere un po’ di comprensione in quei bottoncini neri. Anche le loro anime di ovatta si saranno stancate di vederla continuare a ferirsi in quel modo. Lei che senza regole non ci sa stare non rispetta più neanche quelle che si è imposta da sola.
“Non puoi andare avanti così. Non è tuo dovere salvare ogni
persona che bussa alla nostra porta o al lazzaretto della Chiesa. Ognuno ha il
suo compito, il tuo è quello di provarci e perdonarti se non ci riesci. Non
buttarti via, sorellina. So che è un brutto periodo... ma abbi fede. Andrà
meglio”
Le sembra di sentire il calore delle spalle ampie di Richard attraverso il
legno.
“Non sono una donna di fede”
“Sii una donna di speranza allora”
Amica cara, amica speranza
parti da qui, dalla mia stanza
e vola, sali più in alto della paura
che ci corrode, che ci tortura, e vai.
“Non sono una donna di fede”
“Sii una donna di speranza allora”
Amica cara, amica speranza
parti da qui, dalla mia stanza
e vola, sali più in alto della paura
che ci corrode, che ci tortura, e vai.
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